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Sportello energia

Questo servizio è a disposizione di chiunque desideri porre quesiti riguardanti gli argomenti trattati all'interno del sito de "La Bottega dell'Energia". Ma anche a chiunque abbia la necessità di soddisfare qualche curiosità riguardante il mondo dell'energia, dell'efficienza energetica, delle energie rinnovabili, ecc.

I quesiti possono essere di qualsiasi tipo: tecnici, gestionali, semplici curiosità, ...

L'invio di uno o più quesiti non richiede alcuna iscrizione al sito nè impegna a fruire di alcun servizio professionale (in ogni caso, da me ormai non più offerto).

A partire dal 26/05/2018, i quesiti possono essere inviati a Francesco Della Torre esclusivamente a mezzo di posta elettronica, utilizzando l'indirizzo e-mail riportato in calce a tutte le pagine del presente sito. Per maggiori dettagli, si invita a consultare l'apposta informativa disponibile a questo link.

Sezione FAQ 1: energie rinnovabili

1.1 - Vorrei installare un impianto solare termico per l'acqua calda sanitaria e per riscaldare la casa durante l'inverno. È possibile farlo in modo che io possa evitare l'allacciamento al gas metano?
Il sogno di rendersi energeticamente indipendenti si presenta in moltissimi clienti. Faccio una confidenza: anch'io ho fatto spesso questo sogno.
Il fatto è che non solo al momento è praticamente impossibile realizzarlo, ma anzi sarebbe addirittura controproducente.
Nel caso di un impianto solare termico, ad esempio, non è possibile effettuarne un dimensionamento che consenta il soddisfacimento sia dei fabbisogni estivi che di quelli invernali, a parità di componenti utilizzate e delle loro caratteristiche.
Se si dimensionasse l'impianto sulle esigenze invernali andrebbe a finire che durante l'estate bisognerebbe smaltire tutto il calore prodotto in eccesso e ciò risulterebbe praticamente impossibile (ho avuto un cliente che, incappato in questo errore per colpa di un progettista non molto accorto, provava a smaltire il calore eccedente durante l'estate lavando l'automobile praticamente tutti i giorni con l'acqua calda...).
Viceversa, dimensionando l'impianto per le esigenze estive, durante l'inverno non si avrebbe calore a sufficienza neppure per la produzione di acqua calda sanitaria (figuriamoci per il riscaldamento...).
L'unica soluzione, per un utenza "quattro stagioni", è quella di affiancare all'impianto solare termico un generatore integrativo di supporto. Utilizzando una caldaia a condensazione si necessiterebbe comunque del gas metano ma, con altre scelte impiantistiche, se ne potrebbe fare a meno.
Un'idea potrebbe essere ad esempio quella di utilizzare una pompa di calore alimentata da un impianto fotovoltaico oppure una termostufa a biomassa. Nel secondo caso si raggiungerebbe una sorta di "indipendenza energetica", ma a patto di trascurare il fatto che la biomassa è comunque da acquistare.

1.2 - Il mio impianto solare termico non mi permette un risparmio di gas metano così consistente come quello che mi ha promesso l'idraulico che lo ha installato. Inoltre sento dei gorgoglii in prossimità della stazione solare, specie durante la stagione estiva. Cosa posso fare?
La natura del problema descritto parrebbe suggerire la mancanza del glicole nel circuito collettori o, eprlomeno, una dose non corretta di glicole.
La cosa migliore da fare sarebbe richiedere una verifica dell'impianto (ad esempio, la percentuale di glicole può essere misurata con esattezza), meglio se attuata da una terza parte indipendente.

1.3 - Vorrei installare un impianto fotovoltaico ad isola, dotarlo di batterie ed essere così completamente slacciato dalla rete dell'Enel. Posso farlo?
Nessuno vieta di fare una cosa del genere, ci mancherebbe! L'unico problema potrebbe essere quello della vera autosufficienza energetica... I migliori accumuli elettrici in questo momento in commercio garantiscono non più di 3-4 giorni di autonomia, volendo averne di più si dovrebbe aumentarne il numero (ma in tal modo si finirebbe con il dover dedicare uno o due locali dell'abitazione per la loro collocazione).
Altro problema è il sito geografico ove deve essere collocato l'impianto: chiaramente nel Sud dell'Italia l'autosufficenza sarebbe più "fattibile" rispetto al Nord (perchè il Sud gode di una maggior radiazione media annuale e quindi, a parità di impianto, si avrebbe una producibilità annua senz'altro maggiore)
In ogni caso sconsiglio sempre soluzioni drastiche di questo tipo: meglio pagare una bolletta minima ed avere però la garanzia dell'alimentazione elettrica in caso di stretta necessità.

1.4 - Ho sentito dire che le celle fotovoltaiche hanno un’efficienza molto bassa. Ne deduco che la stessa cosa vale anche per l’impianto fotovoltaico nel quale esse sono inserite. Dove starebbe quindi la convenienza del fotovoltaico?
Occorre innanzitutto ricordare un fatto innegabile: il "combustibile" che alimenta un impianto fotovoltaico – cioè il Sole – è gratuito. Già questo fatto garantirebbe la convenienza dell’installazione dell’impianto, per il quale esistono sicuramente delle spese "di avviamento" (progettazione ed installazione) ma che verrebbe alimentato gratuitamente per tutta la sua vita tecnica utile.
Piuttosto bisognerebbe capire se l’impianto può essere "alimentato" correttamente, cioè se le condizioni di irraggiamento solare e temperatura ambiente sono favorevoli o meno. In altri termini, il progettista dovrebbe innanzitutto capire se, incentivi o meno, l’installazione dell’impianto fotovoltaico è economicamente sostenibile (prima ancora che tecnicamente fattibile).
Detto ciò, non corrisponde al vero la presunta inefficienza delle celle fotovoltaiche. A questo proposito è sufficiente dare un’occhiata alla figura qui sotto, che illustra l’evoluzione dell’efficienza delle celle fotovoltaiche di ogni tipo pensabile ed immaginabile (anche quelle non ancora commercializzate, ancora ferme nei laboratori di ricerca) dal 1975 fino ad oggi. La fonte è il National Renewable Energy Laboratory degli USA:


Limitandoci alle tecnologie più diffuse sul mercato, si nota come attualmente le celle al silicio monocristallino presentino mediamente un’efficienza di conversione fotovoltaica del 25%, quelle in silicio policristallino del 20,5%.
Certo, per valutare l’efficienza complessiva di un impianto bisogna poi tener conto delle perdite di ogni tipo esistenti in tali impianti (perdite elettriche e termiche); ma, partendo da valori di efficienza delle celle che, come mostra la figura, sono aumentate molto negli ultimi anni e che paiono destinate ad aumentare ulteriormente si capisce subito come sia assolutamente scorretto affermare che un impianto fotovoltaico "non rende".
Ma facciamo due conti, giusto per capirci meglio. L’irraggiamento solare che raggiunge la fascia esterna dell’atmosfera terrestre è di 1367 W/mq (costante solare); ma, a livello del suolo ed alle nostre latitudini, ne arriva una quota-parte massima che si aggira attorno ai 1000 W/mq, a causa dell’assorbimento,  della riflessione e della rifrazione atmosferica.
Di questa potenza, quella utile e convertibile in elettricità può variare secondo la tecnologia adottata. Rimanendo nell’ambito di prodotti sul mercato (escludendo dunque quelli ancora nell’ambito della ricerca), si va infatti da un rendimento elettrico del 14-16% per il silicio monocristallino, ad un 12-13,5% per il silicio multicristallino o policristallino ad un 8,5-9,5% per il silicio amorfo. Infatti, il rendimento di un modulo fotovoltaico non corrisponde a quello delle celle, a causa di alcuni effetti fisici noti a chi si occupa di progettazione di questi impianti. Giusto per fissare le idee, diciamo che il rendimento del nostro modulo è del 15%, valore medio attuale di mercato con tecnologia cristallina.
Considerate le perdite impiantistiche, la potenza utile massima oggi ottenibile da elementi foto-voltaici è, alle nostre latitudini, attorno ai 100-130 W/mq.
Dobbiamo ora considerare che tale potenza massima è ottenibile soltanto in condizioni ottimali di irraggiamento, ossia con incidenza della radiazione solare perpendicolare ai moduli fotovoltaici, con Sole pressoché allo zenit ed atmosfera tersa. Queste condizioni sono normalmente ottenibili, approssimate in difetto, a mezzogiorno ed in modo decrescente nelle altre ore del giorno, ma comunque in dipendenza anche del giorno dell’anno. Il grafico qui sotto fornisce un’idea di massima di quanto affermato
(con riferimento ad un piccolo paese del Nord Italia, in provincia di Como):



La valutazione delle condizioni di soleggiamento di un sito fotovoltaico è generalmente espressa in "ore equivalenti giornaliere" di potenza massima dell’irradiazione solare, intese come somma (integrale) dell’irraggiamento giornaliero.
La tabella seguente fornisce un’indicazione statistica delle ore equivalenti di sole (a potenza massima) per le diverse zone climatiche italiane:



Da tale tabella e dal grafico sopra riportato, si può dedurre che mediamente, nell’anno solare, un’installazione fotovoltaica, avente inclinazione fissa pari alla latitudine, può produrre giornalmente un’energia elettrica corrispondente ad una media di circa 4 ore equivalenti della potenza massima; quindi, l’energia prodotta è pari a circa 4 ore x 100 W/mq = 400 Wh/mq (e siamo prudenzialmente stati bassi: la media nazionale sarebbe in realtà di 4,56 ore e, come abbiamo già detto, la potenza ottenibile di 100-130 W/mq…).
Questa quantità di energia può apparire modesta per gli scopi industriali, ma se consideriamo che è ottenibile da un solo mq di moduli fotovoltaici, si capisce bene come la convenienza di un impianto fotovoltaico di fatto esista anche in assenza di specifici incentivi, soprattutto nell’ambito residenziale.

1.5 - Cos’è un impianto solare termico “a svuotamento”? Quali sono i suoi vantaggi?
Si tratta di una tipologia di impianto non ancora molto diffusa in Italia. L’idea che sta alla base è relativamente semplice: poiché gli impianti solari termici a circolazione forzata soffrono del problema del congelamento del fluido termovettore, è sufficiente fare in modo che, automaticamente, il circuito collettori venga svuotato in caso di temperature ambiente eccessivamente basse per risolvere agevolmente il problema. In questo modo, salvo diverse indicazioni da parte del costruttore, è possibile evitare l’impiego di acqua e glicole all’interno del circuito collettori.
Gli svantaggi sono principalmente due. Innanzitutto l’impossibilità di realizzare impianti con lunghe distanze (generalmente gli impianti di questo tipo possono servire edifici composti al massimo di due piani). Inoltre il circuito collettori deve essere accuratamente eseguito, evitando la creazione di sifoni all’interno dei quali l’acqua di impianto rimarrebbe anche a seguito dello svuotamento e potrebbe dunque gelare.

1.6 - A seguito di un semplice controllo visivo, ho riscontrato che il fluido termovettore contenuto nel circuito collettori di un impianto solare termico a circolazione forzata risultava opalescente, colore marrone chiaro. Come mi devo comportare?
Il fluido termovettore nelle condizioni corrette dovrebbe presentarsi limpido e trasparente. Un aspetto opalescente indica che il fluido termovettore si sta deteriorando; fermo restando gli altri test da condurre sul fluido (durezza, pH, densità, contenuto di glicole), in tali condizioni non è ancora necessario svuotare il circuito collettori, lavarlo accuratamente e procedere ad un nuovo riempimento; però è certamente necessario aumentare la frequenza dei controlli.

Sezione FAQ 2: efficienza energetica domestica

2.1 - Ho letto con interesse che offrite un check-up dei consumi energetici delle abitazioni. Prima di procedere in questo senso, vorrei però valutare se cambiare o meno i Fornitori di energia elettrica e gas metano. Al momento sono ancora sul mercato vincolato, potrei anche valutare di passare al mercato libero. Cosa mi consiglia?
La valutazione del cambio dei Fornitori è un servizio accessorio al check-up dei consumi residenziali. Offro questo servizio accessorio in modo gratuito, su richiesta dei clienti, con la collaborazione di un Collega che di lavoro fa l'Energy Broker (ossia colui che funge da tramite fra i clienti finali ed i Fornitori di energia).
La valutazione è gratuita solo nel caso venga associata alla richiesta del check-up, altrimenti ha un costo minimo (da riconoscere al Collega di cui sopra). Gli eventuali cambi di Fornitore (le cosiddette "volture" di contratto) sono, per Legge, anch'essi gratuiti.
Specifico che un domani, non risultando soddisfatti delle nuove bollette, si può ritornare senza problemi al precedente Fornitore, e questo vale anche nel caso si sia passati dal mercato vincolato a quello libero.

2.2 - Cosa ne pensa dei sistemi di recupero dell'acqua piovana o delle acque grigie? Vale la pena installarli?

In entrambi i casi si tratta di un ottimo modo per consumare meno acqua potabile per usi per i quali se ne potrebbe tranquillamente fare a meno.
Ad esempio, l'acqua piovana recuperata potrebbe essere riutilizzata per gli "sciacquoni" dei WC oppure per l'irrigazione di prato e piante (che la apprezzerebbero molto di più rispetto all'acqua potabile proveniente dall'acquedotto...).
Quanto ai costi, un buon impianto ha un tempo di rientro dell'investimento medio di 3-4 anni, a seconda degli utilizzi che se ne fanno.

2.3 - Cosa comporta una regolazione di tipo “ON-OFF” della velocità di un compressore inserito in una pompa di calore? Esistono regolazioni migliori?

Come suggerito dal nome stesso, la regolazione “ON-OFF” consente al compressore di funzionare fra due stati: acceso o spento. In questo modo la potenza resa dipende dalle condizioni di esercizio in quanto, essendo fissa la velocità di rotazione, la portata volumetrica risulta costante e quindi i componenti della pompa di calore vengono ottimizzati esclusivamente per il punto di regolazione più gravoso.
Al contrario, la regolazione modulante, normalmente realizzata meditanti l’utilizzo di inverter, consente di lavorare su molti più punti di lavoro intermedi; in tal caso la potenza resa è modulabile in quanto, essendo variabile la velocità di rotazione, la portata volumetrica risulta anch’essa variabile ed i componenti della pompa di calore possono essere maggiormente ottimizzati. Inoltre questo tipo di regolazione è quello che consente la maggior efficienza energetica.


2.4 - Quando è possibile usufruire della detrazione del 65% per l’installazione dei dispositivi di contabilizzazione del calore e quando, invece, è possibile sfruttare “solo” la detrazione del 50%?
La questione è stata chiarita dall’Agenzia delel Entrate, con la propria circolare n. 16 dell’8 Maggio 2016.
L’Agenzia ha chiarito che se i dispositivi di contabilizzazione del calore sono installati in concomitanza con la sostituzione (integrale o parziale) di impianti di climatizzazione invernale esistenti con impianti dotati di caldaie a condensazione e contestuale messa a punto del sistema di distribuzione, le relative spese sono ammesse alla detrazione del 65%, per un valore massimo della detrazione di 30.000 Euro.
Se, al contrario, i dispositivi di contabilizzazione del calore sono installati senza che si sia sostituito, (integralmente o parzialmente) l’impianto di climatizzazione invernale, allora le relative spese sono ammesse alla detrazione del 50% in quanto trattasi di interventi finalizzati al risparmio energetico.
Si ricade inoltre nel secondo caso anche se l’impianto esistente è stato sostituito con un impianto che non presenti le caratteristiche tecniche richieste ai fini della detrazione del 65%.

Sezione FAQ 3: gestione aziendale dell'energia

3.1 - Ho sentito dire che un'ottima maniera per risparmiare sulla bolletta dell'energia elettrica è quella di installare un impianto di rifasamento. È vero?
Dipende . Innanzitutto bisogna valutare se i consumi energetici della sua Azienda sono tali da giustificare l'investimento necessario epr l'installazione dell'impianto di rifasamento.
Per lo stesso motivo bisogna valutare se l'energia reattiva media mensile consumata richiede o meno, per Legge, la presenza dell'impianto. In alcuni casi, infatti, l'installazione dello stesso non è a discrezione dell'Azienda, ma risulta obbligatoria.
In altri casi, invece, pur non essendo obbligatoria può risultare conveniente.
Per darle risposte certe dovrei poter valutare almeno 12 mesi di fatture dell'energia elettrica e poter fare un sopralluogo presso la sua Azienda, in modo da capire bene quali utenze elettriche avete e come le utilizzate.

3.2 - Sono il titolare di un'azienda artigiana. Oltre a me, ci sono una segretaria e tre ragazzi che lavorano in laboratorio. Sono obbligato a chiedere un audit energetico? Sono obbligato a dotarmi di un Sistema di Gestione dell'Energia?
La risposta è: no in entrambi i casi, proprio grazie alla dimensione della sua Azienda.
Il D.Lgs. 102/2014 prevede l'obbligatorietà dell'audit energetico soltanto per le grandi imprese e per le imprese energivore. Per ulterori dettagli, anche riguardo ai Sistemi di Gestione dell'Energia, la rimando a queste pagine del sito.
In ogni caso, pur non essendovi obbligati, vi consiglio di chiedere un audit energetico, almeno del tipo walkthrough. Si tratta infatti del primo passo attuabile per l'efficientamento energetico della vostra Azienda e può essere un ottimo aiuto per aumentarne o mantenerne la competitività, come chiariamo meglio in questa sezione del sito.

3.3 - Quanto possono influire le incrostazioni e la sporcizia delle superfici degli scambiatori di calore in impianti di riscaldamento e/o raffrescamento industriale?
Si tratta di problemi legati ad assenza di manutenzione oppure ad una manutenzione fatta male o con scadenze non correttamente programmate.
I primi segnali della presenza di tali problemi sono abbastanza semplici da individuare. Ad esempio, in un impianto industriale per la produzione di vapore si osserva un netto incremento della pressione del vapore stesso; in un impianto di raffreddamento si osserva un aumento della portata del liquido refrigerante. E così via.
Le perdite energetiche medie dipendono da diversi fattori, fra i quali i principali sono lo spessore dello strato di sporcizia ed il tipo di incrostazione. Orientativamente è possibile fare riferimento alla seguente tabella, che fornisce l’aumento percentuale delle perdite di un impianto industriale (generatore di calore o di vapore) in presenza di incrostazioni sulle superfici degli scambiatori di calore:



3.4 - Ho letto in Internet che le perdite di aria compressa possono costituire un costo molto gravoso per la mia azienda. È vero? È possibile dare dei valori orientativi?
L’aria compressa è di utilizzo molto diffuso in quasi tutti i settori industriali, specie nelle PMI manifatturiere. È dimostrato che essa richiede mediamente il 10% dell’energia elettrica totale consumata e che il suo utilizzo non corretto può portare a notevoli inefficienze.
Limitandoci alla sola questione sollevata (e tralasciando dunque considerazioni riguardanti i risparmi ottenibili con il corretto dimensionamento dei componenti dell’impianto, l’utilizzo consapevole da parte dei lavoratori, ecc.), possiamo riferirci alle perdite di aria compressa attraverso dei fori e quantificare la portata d’aria e l’energia elettrica persi per differenti diametri dei fori stessi, calcolando il tutto ai due livelli di pressione tipici dell’industria (6 e 12 bar).
I valori orientativi richiesti possono essere schematizzati, con riferimento ad un anno lavorativo, con la seguente tabella:




Volendo inoltre ricavare il denaro sciupato in un anno a causa di tali perdite, sarà sufficiente moltiplicare i valori forniti in tabella riguardanti l’energia persa (in kWh/anno) per i costo medio del kWh elettrico pagato dall’azienda.



3.5 – Il D.Lgs. 102/2014 prevede l’obbligo di un primo audit energetico per le “grandi imprese” e le “imprese energivore” entro il 5 Dicembre 2015. Prevede anche che a partire da 24 mesi dalla data della sua pubblicazione, ossia dal 19 Luglio 2016, gli unici soggetti abilitati alla stesura dell’audit saranno gli EGE certificati UNI CEI 11339, le ESCo certificate UNI CEI 11352 o gli Energy Auditor (EA) certificati secondo lo schema previsto all’art. 12, comma 3, dello stesso D.Lgs. 102/2014 (schema peraltro che doveva essere pubblicato entro oggi, 16 Gennaio 2015, ma del quale non esiste ancora alcuna traccia…). Mi chiedevo, invece, chi può redigere gli audit fino al 18 Luglio 2016, con particolare riferimento alla scadenza di quest’anno, 5 Dicembre 2015.
Sentite in merito telefonicamente anche l’ENEA e la FIRE (per maggior sicurezza), le segnalo che, fino al 18 Luglio 2016, gli audit conformi al D.Lgs. 102/2014 possono essere redatti da Società di Servizi Energetici, Esperti in Gestione dell’Energia o Energy Auditor in quanto tali, ossia non necessariamente dotati di apposita certificazione UNI CEI (11339 nel primo caso, 11352 nel secondo, al momento ancora manchevole nel terzo). Da osservarsi, comunque, che la certificazione potrebbe costituire un’ottima garanzia affinché il soggetto “candidato” possa dimostrare la propria esperienza.
Da notare, per inciso, che il D.Lgs. 102/2014 non fornisce alcuna definizione di Esperto in Gestione dell’Energia differente rispetto alla Norma UNI CEI 11339 (pur richiamando tale figura all’art. 8, ma senza alcun riferimento alla 11339), il che conferma ulteriormente quanto scritto sopra.

3.6 – Il D.Lgs. 102/2014 definisce le imprese "energivore" riferendosi a 2,4 GW di consumi di energia elettrica o di energia equivalente all'elettrica. Nel caso di un'azienda a prevalente consumo di gas naturale (milioni di smc all'anno), quale sarebbe, se è contemplato, il limite per essere considerati "energivori"? Bisogna convertire gli smc in kWh equivalenti?.
Certo, le cose stanno proprio come ha scritto lei. Anche se, in effetti, da definizione di "imprese energivore" non è introdotta dal D.Lgs. 102/2014.
Infatti la definizione di «Imprese a forte consumo di energia» (energivore) alla quale si riferisce l'art. 8 del D.Lgs. 102/2014 è quella riportata nel Decreto 5 Aprile 2013 del Ministero dell'Economia e delle Finanze. La parte che interessa la sua domanda è l'art. 1, comma 2, lettera a): «[...] abbiano  utilizzato,  per  lo   svolgimento   della   propria attività, almeno 2,4 gigawattora di energia elettrica oppure  almeno 2,4 gigawattora di energia diversa dall'elettrica».
Per "energia diversa dall'elettrica" ci si deve riferire al medesimo Decreto dove, all'art. 1, comma 1, lettera e) si trova la seguente definizione: «Energia   diversa   dall'elettrica:    l'energia    derivata dall'utilizzo  dei  prodotti  energetici  di  cui  alla  lettera  c), utilizzati  dall'impresa,  nell'annualità  di  riferimento,  per  lo svolgimento della propria attività, espressa in gigawattora».
La lettera c) alla quale si riferisce tale definizione è la seguente: «Prodotti energetici: i prodotti di cui all'art. 21,  comma  1, del testo unico delle accise approvato con il decreto legislativo  26 ottobre 1995, n. 504, nonché' gli altri prodotti ad essi  equivalenti in relazione all'uso, ai sensi dei commi 4 e 5 del medesimo art.  21, impiegati come combustibili per riscaldamento o per alimentare motori fissi, impianti e macchinari  usati  nell'edilizia,  nelle  opere  di ingegneria civile e nei lavori pubblici».
Riferendosi al richiamato  testo unico sulle accise, all'art. 21, comma 1 lettera g) si trova (ovviamente!) citato il gas metano.
Conclusione: il consumo di gas metano rientra nel conteggio necessario per stabilire se un'azienda è energivora o meno ai sensi del D.Lgs. 102/2014. Il conteggio deve essere fatto in convertendo prima i metri cubi che derivano dalla lettura del contatore (e che quindi risultano sulla relativa fattura) in smc (metri cubi standard) mediante il fattore di conversione "c" stabilito dall'AEEG e che varia da località a località (solitamente viene riportato sulla stessa fattura dell'ente erogatore); in seguito gli smc devono essere convertiti in kWh. Quest'ultima operazione viene fatta moltiplicando gli smc per il potere calorifico superiore (PCS) del gas metano erogato; tale dato è riportato in fattura oppure può essere richiesto direttamente all'ente erogatore (naturalmente non è una buona idea considerarne un valore standard, magari preso da Internet: se si assume un parametro non rispondente al valore reale ci si deve anche assumere la responsabilità di aver magari definito un'impresa come "energivora" quando in realtà non lo è oppure il viceversa...il che, dal punto di vista del D.Lgs. 102/2014, è certamente peggio, date le sanzioni previste dallo stesso).

3.7 – Ho letto sull’ultima fattura dell’energia elettrica che dal 1 Gennaio 2016 sono cambiati i corrispettivi da pagare per il prelievo di energia reattiva. È corretto? La mia azienda ha già installato un sistema di rifasamento, dovrò sostituirlo?
In data 23 Dicembre 2015 è stata pubblicata dall’ AEEG la Delibera 654/2015/R/eel, con la quale, fra le altre cose, vengono introdotte sostanziali modifiche agli obblighi di rifasamento nel comparto industriale. Le novità, valide a partire dal 1 Gennaio 2016, riguardano sia i corrispettivi delle penali a carico dell’utente che le fasce di calcolo di tali penali.
La seguente tabella mostra un confronto fra i vecchi ed i nuovi parametri:



Si nota innanzitutto come il limite inferiore della fascia con fattore di potenza "alto" sia stato innalzato (da 0,9 a 0,95); ciò significa che le imprese che in passato hanno installato uno o più sistemi di rifasamento per rispettare la condizione cos
φ > 0,9 e non dover quindi pagare alcun corrispettivo per i prelievi reattivi dovrebbero ora verificare se tali sistemi consentono il rispetto della nuova condizione cosφ > 0,95. Se ciò non dovesse accadere esse si troverebbero a pagare il nuovo corrispettivo, previsto nella fascia 0,8-0,95..
In secondo luogo si nota una diminuzione molto significativa dei corrispettivi (pari a circa l’80%), ad esclusione di quelli previsti per i sistemi in AT, rimasti invariati. Questo significa che se fino al 31 Dicembre 2015 gli investimenti in sistemi di rifasamento presentavano in genere pay-back time massimi di circa 1 anno, dal 1 Gennaio 2016 il pay-back time varrà mediamente 2 anni e questo potrebbe portare a considerare non conveniente tale tipo di investimento rispetto ad altri possibili interventi ei efficientamento energetico.
In conclusione, sarebbe necessario valutare il sistema installato presso la sua azienda ed effettuare una nuova analisi costi-benefici in modo da poter valutare quale sia la strategia energetico-finanziaria migliore per la sua impresa.

Sezione FAQ 4: gestione dell'energia nella P.A.

4.1 - Siamo un piccolo Comune di 3.450 abitanti e stiamo valutando se effettuare un efficientamento del sistema di illuminazione pubblica. Ci piacerebbe installare ovunque lampade a LED, ma non sappiamo bene come muoverci. Cosa ci consiglia di fare?
L'efficientamento della pubblica illuminazione è uno degli interventi più redditizi (dal punto di vista energetico ed economico) che un Comune può attuare.
Non per questo, però, è anche uno dei più semplici. Sono infatti da prendere in considerazione sia aspetti burocratici, sia gestionali sia, infine, tecnici.
Innanzitutto bisogna valutare di quale percentuale di impianti esistenti il Comune è proprietario. Poi bisogna capire se chi gestice la rimanente parte è disposto ad intraprendere un'azione di efficientamento (se non lo è si può comunque procedere con gli impianti di proprietà, ma la cosa è meno efficace e spesso, in proporzione, meno redditizia).
Poi bisogna indagare riguardo alle eventuali convenzioni in essere fra il Comune ed attuali affidatari del servizio. Le valutazioni dovranno essere sia amministrative sia legali.
Fatti questi primi passi sarà necessario stilare un progetto di massima, reperire i fondi necessari (tipicamente partecipando a bandi, ad esempio europei), bandire il servizio in modo che si possa infine trovare una buona ESCo che segua i lavori, dal progetto esecutivo fino alla gestione degli impianti, tipicamente con Contratti Servizio Energia.
Normalmente è preferibile che la procedura faccia capo all'Energy Manager comunale, se questo è stato nominato. Se la figura non esiste, si può nominarlo appositamente oppure affidare l'incarico ad un consulente energetico "esterno" (magari limitando il suo intervento solo all'efficientamento del quale stiamo parlando).
Vi fornisco un'idea ulteriore, da affiancare alla figura dell'Energy Manager o del consulente esterno: avete mai pensato di rivolgervi a progetti istituzionali, come ad esempio al Progetto Lumière?

4.2 - Sono un Architetto che lavora presso l'Ufficio Tecnico di un Comune lombardo. Abbiamo alcuni appartamenti che vorremmo affittare e ci è stato detto che per stilare i contratti dobbiamo prima chiedere le certificazioni energetiche. Possiamo chiederle ed ottenerle anche se gli immobili non figurano al Catasto Fabbricati ma solo al Catasto Terreni?
No, non potete. Sentito in proposito anche il CENED, vi confermo che per ottenere l'APE dovete prima accatastare gli immobili.

Sezione FAQ 5: comfort abitativo

5.1 - Abito in una villetta bifamigliare, recentemente costruita. Il mio vicino ed io ci siamo accorti che riusciamo a sentirci a vicenda mentre parliamo ciascuno con i propri famigliari. Crede sia il caso che richiediamo una perizia acustica e procediamo contro l'impresa costruttirce?
Dipende. Se riuscite a distinguere la maggior parte delle parole dei vicini e se le conversazioni sono fatte ad un normale tono di voce, allora - e lo dico contro ogni mio interesse "commerciale" - sarebbe il caso di richiedere la perizia acustica. Infatti, come ogni buon Tecnico Competente in Acustica Ambientale potrà confermarvi, la distinzione delle parole nelle condizioni sopra descritte è un ottimo modo per capire che, con ogni probabilità, c'è qualcosa che non torna riguardo ai requisiti acustici passivi del vostro edificio.
Viceversa, se non distinguete quanto viene detto (o se vi riuscite solo in parte), vi consiglierei, prima di "rischiare" la spesa di una perizia acustica, di richiedere una verifica del comfort acustico. La procedura è molto meno costosa, però debbo ricordarle che non ha alcun valore legale, ma può essere considerata come "propedeutica".
La rimando a questa sezione del sito per maggior dettagli riguardo a questi aspetti. Le ricordo, in ogni caso, che una perizia acustica può essere svolta soltanto da un
Tecnico Competente in Acustica Ambientale, mentre una verifica del comfort acustico non necessita di tale qualifica profesisonale.

5.2 - Abito a Roma, in una palazzina di nuova costruzione. A circa 100 metri dall'edificio sorge un'antenna per la telefonia cellulare. La scorsa settimana, un ingegnere dell'ARPA Lazio ha effettuato le misurazioni del caso, riscontrando che, nel mio appartamento al primo piano, risultano esservi emissioni pari a 1,75 V/m di media, mentre in quello di un condomino che vive al terzo piano si arriva a toccare anche i 4 V/m. Cosa mi suggerisce di fare? Quali accortezze posso adottare per difendermi da queste emissioni, sempre che risultino "eccessive"?
Per la rete GSM (frequenze fra 1,71 ed 1,785 GHz) e per quella UMTS (frequenza di 2,17 GHz) il limite del campo elettromagnetico irradiato è fissato dal DPCM 8 Luglio 2003 e vale, in campo lontano, 20 V/m. Poichè la sua abitazione dista un centinaio di metri dall’antenna ed il limite di “campo lontano”, a queste frequenze, vale circa 44 m, possiamo senz’altro considerare applicabile il limite appena specificato. Se anche considerassimo i limiti proposti dalla Raccomandazione Europea 1999/519/CE del 12 Luglio 1999, validi in ambito residenziale, a quelle frequenze avremmo un valore limite di circa 20 V/m, quindi anche in questo caso lei potrebbe stare tranquilla.
Il valore di 6 V/m è stabilito dal DPCM 8 Luglio 2003 sia come obiettivo di qualità che come valore di attenzione. Il primo è da applicarsi agli ambienti residenziali e lavorativi con permanenza di persone non inferiore alle quattro ore. In pratica, si tratta di un limite da non superarsi in modo da evitare gli effetti biologici a lungo termine dovuti ai campi elettromagnetici. Il secondo si applica come vero e proprio limite per le nuove costruzioni.
Nel vostro caso, anche volendo considerare il valore di attenzione di 6 V/m, essendo il campo elettrico massimo misurato pari a 4 V/m (ridotto ad 1,75 V/m nella sua abitazione), non eccedete alcun limite.
Questo per stare ai limiti Normativi. Come spieghiamo meglio in questa sezione, sarebbe però opportuno considerare altri studi (io utilizzo, ad esempio, lo Standard SBM2008 come riferimento), per stabilire le corrette ed efficaci metodologie di riduzione dell'inquinamento elettromagnetico presente nelle vostre abitazioni.
Quanto alla scelta fra le varie tecnologie in commercio, non è un consiglio facile da darsi senza visionare il suo appartamento e senza procedere io stesso con la misura dei campi. Anzi, sarei disonesto se le proponessi qualche “soluzione universale”, senza fare alcun sopralluogo. Questo perché ogni appartamento fa caso a sé e non è possibile generalizzare: ciò che va bene in un posto, magari in un altro, con caratteristiche ed esigenze completamente differenti, non va più bene.

Può comunque iniziare a fare lei stessa qualcosa; la rimando, epr questo, ai consigli dati in questa sezione.

5.3 - Ho letto con molto interesse le pagine del sito che ha scritto riguardo al comfort luminoso. Mi stavo chiedendo perchè bisogna valutare separatamente gli apporti di luce naturale da quelli di luce artificiale: non è possibile fare la valutazione contemporaneamente?
No, non sarebbe possibile. Il problema starebbe nel decidere quale sarebbe il "caso peggiore", come si usa procedere per tutte le verifiche di comfort abitativo. Facciamo le valutazioni di giorno, a luce spenta? Oppure di notte, a luce accesa? Oppure al crepuscolo? E, in questo caso, la luce la teniamo accesa o spenta???
Per ovviare a questo tipo di incertezza operativa, si effettuano le due verifiche separatamente e si trovano poi soluzioni che migliorino il comfort luminoso nella sua totalità.

5.4 - Il corpo umano ha una temperatura media di 37°C. Perché le persone possono star bene, ad esempio, in un ambiente con una temperatura di 20°C? Non dovrebbero avere freddo?
Tutti gli esseri viventi generano calore principalmente attraverso i propri processi metabolici, alimentati dal cibo e dalle bevande consumate. Soltanto il 20% dell’energia ingerita mediante il cibo è convertita in lavoro utile, mentre il rimanente 80% è dissipato in calore. Tale dissipazione serve al nostro corpo per riportarsi in equilibrio termico con l’ambiente. Per rendersene meglio conto, è sufficiente pensare a cosa accade bevendo troppo in fretta una bevanda bollente: inizialmente abbiamo una forte sensazione di caldo, la quale, dopo pochi minuti, è però già del tutto scomparsa.
È proprio grazie a questa enorme dissipazione di calore che non proviamo sensazioni di discomfort in ambienti con una temperatura adeguata: orientativamente, 20-22°C durante la stagione fredda e 24-26 °C durante la stagione calda. Si dovrebbe però anche tener conto dei valori di umidità relativa dell’ambiente; per effettuare questo tipo di analisi sono disponibili alcune metodologie di analisi e di calcolo, che descriviamo in queste pagine.

Sezione FAQ 6: perizie energetiche

6.1 - Abito in un condominio composto da 12 appartamenti, terminato nel 2010 e certificato in classe A. Dopo quasi 4 anni praticamente tutti i condomini si sono accorti di spendere per le bollette tanto quanto si spenderebbe se abitassero nell' "appartamento della nonna" in classe F. Possiamo fare causa all'impresa costruttrice?
Domanda di non semplice risposta. Proporrei una strategia ragionevole, da eseguire per passi, in modo da non affrontare spese di consulenza magari inutili.
Inannzitutto si potrebbe efefttuare un check-up dei consumi energetici degli appartamenti (tutti oppure soltanto 3-4 presi a campione), di modo da poter escludere scientificamente che i consumi energetici eccessivi siano da addebitarsi ad un non corretto utilizzo del sistema edificio-impianti.
Con la stessa filosofia si potrebbe poi procedere con una perizia energetica, condotta presso almeno la metà degli appartamenti ed i cui esiti potranno essere poi estesi, per il "principio di similitudine", all'intero edificio.
Fatto ciò e solo nel caso che gli esiti della perizie energetiche vi dessero ragione, prima di pensare ad una causa legale suggerirei di organizzare uno o più incontri con l'impresa costruttirice, di modo da tentare un accordo stragiudiziale.
Sempre con l'obiettivo di ridurre al minimo le spese, suggerirei inoltre di partecipare al primo incontro senza avvalersi dell'assistenza di un legale di parte (cosa che quasi certamente farà anche l'impresa), coinvolgendo quest'ultimo solo nel caso non si trovasse subito un accordo con la controparte.

6.2 - Nel caso avessi bisogno una perizia energetica del mio appartamento, sono obbligato a farle fare tutte le misure che descrive nelle pagine del sito?
Nessuna delle misure descritte (con questi strumenti, ma anche con questi ed eventualmente con questi) è obbligatoria, ci mancherebbe!
Tenga però presente che con più misure vengono fatte, con più gli esiti della perizia energetica saranno "blindati", ossia "inattaccabili" dai tecnici della controparte.
Solitamente, nel fare le mie offerte, stabilisco un insieme minimo di misure, aggiungendo tutte le necessarie indicazioni riguardanti i test ulteriori che si potrebbero fare e dei relativi costi.
Normalmente discuto con i clienti se e quali misure effettuare, in modo da trovare assieme a loro la miglior soluzione.

6.3 - Che differenza corre fra una pompa ed un circolatore?

Formalmente si tratta dello stesso tipo di dispositivo, ma le pompe sono destinate a lavorare su un circuito aperto mentre i circolatori su un circuito chiuso. Una pompa deve avere dunque una prevalenza che le consenta di vincere le perdite di carico e l’altezza della colonna d’acqua equivalente, mentre un circolatore deve vincere soltanto le perdite di carico. Quindi, ad esempio, i dispositivi inseriti nel circuito collettori di un impianto solare termico o nel circuito di un impianto di riscaldamento tradizionale sono dei circolatori.



6.4 - Sono un installatore termotecnico. Durante una perizia tecnica riguardante una centrale termica da me realizzata mi è stata contestata l’assenza di coibentazione delle pompe gemellari per l’impianto di riscaldamento. Non mi è mai accaduto che mi venisse richiesto di fare una cosa simile; la contestazione che mi viene fatta è corretta oppure no?

Premettiamo che l’assenza di coibentazione su un qualsiasi componente di un impianto termico si traduce sicuramente un una perdita di energia termica e di conseguenza in un aggravio economico per il cliente. Le pompe ed i circolatori costituiscono però un caso molto particolare ed al quale prestare particolare attenzione. In linea di principio anche tali dispositivi sarebbero da coibentare in modo da limitare le dispersioni di calore, però tale aspetto richiederebbe un’attenta valutazione più economico-finanziaria che tecnica.
Le perdite di calore da una pompa possono essere quantificate in modo sufficientemente ragionevole e preciso soltanto effettuando un’analisi preventiva mediante termocamera agli infrarossi sul componente installato, come mostrato ad esempio in questa figura:



Una volta individuate le temperature delle diverse superfici della pompa è possibile, con un calcolo relativamente semplice, quantificare il calore dissipato. A questo punto si può quantificare tali dispersioni anche in termini monetari, conoscendo il tipo di vettore energetico impiegato in centrale termica (gas metano, GPL, ecc.) ed il costo sostenuto dal cliente per esso.
Limitandosi a tale tipo di analisi, è naturale che la conclusione sarebbe sempre e comunque quella della necessità di coibentare tutte le pompe. Però, così facendo, non si terrebbe conto di un aspetto importantissimo, ossia delle possibili manutenzioni alle quali, durante gli anni di vita della centrale termica, le pompe dovranno essere sottoposte. Infatti tali dispositivi sono, ad esclusione delle componenti elettriche e (o elettroniche), quelle più “delicate” e soggette a guasti o disservizi ed è plausibile, appunto, prevederne una certa manutenzione.
Ora: coibentando le pompe bisogna tener conto non solo del risparmio energetico (e dunque di denaro) che tale operazione comporta, ma anche del costo di manutenzione aggiuntivo che si ha in quanto, per ogni manutenzione che verrà eseguita, la coibentazione dovrà essere completamente rifatta. Inoltre bisogna anche ricordarsi che tale coibentazione esclude a priori, per essere eseguita a regola d’arte ma anche in modo efficace, qualsiasi intervento “fai-da-te” o comunque eseguito da personale non esperto in tale ambito. Ad esempio, la figura sottostante mostra una pompa coibentata:



Avendo sbagliato la scelta dell’isolante ed avendolo posato nella maniera scorretta, dopo poche settimane di servizio il coibente ha ceduto, con gli effetti ben visibili nella figura precedente.
Conclusione: in generale è meglio evitare la coibentazione di pompe e circolatori. Se si conclude che è necessario posare la coibentazione, l’operazione deve essere eseguita da personale qualificato e dotato delle necessarie competenze tecniche.

Sezione FAQ 7: certificazioni energetiche

7.1 - Mio figlio è un certificatore energetico accreditato presso il CENED. Mio marito ed io dobbiamo vendere la nostra abitazione, dove mio figlio non risiede più da anni. possiamo rivolgerci a lui per ottenere la certificazione energetica?
Il rapporto di parentela non ricade nei casi di conflitto di interesse previsti dalla Normativa della Regione Lombardia, diversamente da quanto prescrive la Normativa nazionale. Quindi potreste rivolgervi a vostro figlio.
Suggerisco però, se possibile, di evitarlo: pur non commettendo alcun illecito, potreste un domani trovarvi con fra le mani un APE invalidato, visto e considerato che in Italia, negli ultim tempi, i Legislatori hanno due brutti "vizi": rendere retroattive alcune nuove Norme e "nazionalizzare" alcune Norme regionali (...alla faccia del burden-sharing...).

7.2 - Ho una casa per le vacanze a San Nicolò Valfurva (Alta Valtellina). L'abitazione viene scaldata con una stufa a legna di modello "economico". Mi trovo nella necessità di vendere l'immobile; devo prima chiedere la certificazione energetica?
La Normativa della Regione Lombardia prescrive l'obbligatorietà dell'APE in casi molto specifici, come indichiamo qui. In ogni caso, l'
APE è obbligatorio se l'abitazione ha un sistema di climatizzazione invernale composto da un generatore di calore, un sistema di distribuzione del fluido termovettore e da terminali di erogazione del calore (radiatori, ecc.). Se uno solo dei tre elementi manca, allora non sussiste l'obbligo dell'APE.
A prescindere da ciò, nel suo caso bisogna valutare la potenza nominale della stufa: la Normativa lombarda afferma che se la somma di tutte le potenze nominali di stufe, termocamini e simili presenti non supera i 15 kW, allora non sussiste l'obbligo di certificazione.
Specifico però che se oltre alle stufe ecc. fosse anche presente un impianto di riscaldamento tradizionale dotato di tutte e tre le sezioni (generazione, distribuzione ed emissione), allora l'
APE sarebbe comunque obbligatorio; il certificatore dovrebbe soltanto verificare la condizione  sui 15 kW e, nel caso non venisse superata, non avrebbe alcun obbligo di inserire nei calcoli l'apporto di stufe, termocamini e simili.

7.3 -
Dovrei redigere degli APE relativi ad alloggi esistenti, in cui sono stati effettuati dei lavori di coibentazione della copertura e delle pareti. Avendo svolto l'incarico di progettista e di Direttore Lavori degli interventi di coibentazione (ma non quelli di costruzione degli immobili), avrei qualche dubbio circa il rispetto dei requisiti di indipendenza ed imparzialità del certificatore. Considerato che nel caso di edifici esistenti il D.P.R. 75/2013 prevede soltanto che il professionista non debba avere alcun coinvolgimento diretto o indiretto con i produttori di materiali utilizzati ne rapporti di parentela con la proprietà dell'immobile (aspetti pienamente rispettati), ritengo di potere effettuare la redazione degli APE;  se possibile, vorrei una sua opinione in merito, grazie.
La risposta al suo quesito è da ricavare dalla Norma di riferimento. Non avendo lei specificato in quale Regione si trova l’edificio in oggetto, le fornisco una risposta basata sulla Normativa nazionale, che trova però riscontro praticamente in tutte le Regioni che hanno legiferato con una propria Normativa.
Il riferimento, in questo caso, è il D.P.R. 16 Aprile 2013, n. 75. In particolare, l’art. 3, che ricalca essenzialmente l’art. 4, c. 1, del D.Lgs. 102/2005, per assicurare l’indipendenza e l’imparzialità del certificatore energetico, stabilisce, all'atto di sottoscrizione dell'APE, che il certificatore stesso dichiari l'assenza di conflitto di interessi:

  • Nel caso di edificio di nuova costruzione, espressa attraverso il non coinvolgimento diretto o indiretto nel processo di progettazione e realizzazione dell'edificio da certificare o con i produttori dei materiali e dei componenti in esso incorporati nonché rispetto ai vantaggi che possano derivarne al richiedente, che in ogni caso non deve essere né il coniuge né un parente fino al IV grado

  • Nel caso di edificio esistente, espressa attraverso il non coinvolgimento diretto o indiretto con i produttori dei materiali e dei componenti in esso incorporati nonché rispetto ai vantaggi che possano derivarne al richiedente, che in ogni caso non deve essere né coniuge né parente fino al IV grado.

Stando a quanto lei scrive, la sua situazione non ravvisa alcun conflitto di interessi inerente coinvolgimenti diretti o indiretti con i produttori dei materiali e/o dei componenti utilizzati per i lavori di riqualificazione energetica dell’edificio. Di tali interventi lei è però stato sia il progettista sia il Direttore Lavori e potrebbe dunque "trarre vantaggi" dalla redazione dell’APE.
Si tratta evidentemente di un caso abbastanza "delicato", che potrebbe essere soggetto a differenti interpretazioni normative. Le consiglierei dunque di fare redigere l’APE ad un altro certificatore energetico.

7.4 - Sono un certificatore energetico di Reggio Emilia, appassionato delle varie  tematiche di efficientamento energetico Volevo porle una domanda: il libretto di risparmio energetico dell'abitazione citato nel sito viene redatto con un software di tipo commerciale o ne ha creato lei uno ad hoc? Può darmi qualche suggerimento in merito all’acquisto di un software che consenta la redazione di diagnosi energetiche?. In Italia ho visto che ne sono stati sviluppati diversi, ma non ne ho mai utilizzato uno e non saprei come decidere per l’acquisto.
La diagnosi energetica che conduce al "Libretto di risparmio energetico del’abitazione" è sviluppata ai sensi della Normativa vigente per mezzo di un software da me avviato mentre ancora lavoravo come ricercatore presso il Politecnico di Milano e poi sviluppato negli ultimi anni e testato in moltissimi casi. In questi mesi ne sto sviluppando uno analogo per le diagnosi energetiche alle imprese, conforme al D.Lgs. 102/2014, assieme a due colleghi.
Software commerciali per fare la stessa cosa ne esistono in Italia principalmente due: sto parlando di "Termus" dell’AccaSoftware e di "Termo" della Namirial. In particolare, io dispongo del secondo, con il quale mi trovo benissimo (anche se costa leggermente più del primo). L’ho acquistato non tanto per le diagnosi (per quelle utilizzo principalmente il mio), tanto per le certificazioni energetiche e le relazioni ex L. 10/91.
Se invece vuole un ottimo software gratuito, le consiglio "SEAS3", recentemente sviluppato dall’ENEA. Può richiederlo qui.

7.5 - Dovrei stipulare con un parente un contratto di comodato d'uso gratuito per un appartamento. Per redigere ed ufficializzare tale contratto vige l'obbligo di certificazione energetica?
Si tratta di un aspetto purtroppo mai chiarito né dalla Normativa nazionale, né da alcuna di quelle nazionali (neppure dalle più recenti). La logica vuole che, non trattandosi di una "transazione onerosa", non viga alcun obbligo di certificazione energetica.
Poichè, però, nel nostro Paese affidarsi soltanto alla logica sarebbe una pura utopia, si può far riferimento alla Guida Operativa del Consiglio Nazionale del Notariato, scarticabile da qui. In essa si afferma esplcitamente che per i contratti in comodato d'uso gratuito non serve alcuna certificazione energetica.

Sezione FAQ 8: audit e diagnosi energetiche

8.1 - Vorrei richiedere un audit energetico per la mia impresa. Le chiedo se si può prevedere, anche "a spanne", il tempo totale di blocco dei macchinari di produzione, certamente necessario per lo svolgimento della parte strumentale dell'audit.
In realtà il tempo di blocco dei macchinari potrebbe essere anche nullo, tutto dipende da quale livello di audit lei desidera. Infatti solo per l'audit di tipo investment-grade è obbligatorio l'utilizzo di strumentazione di misura, per gli altri due livelli invece no (per quello di tipo walk-through l'utilizzo di strumenti è addirittura escluso).
Detto questo, si può ipotizzare di montare gli strumenti (mi riferisco a quelli per il monitoraggio continuo) durante le pause lavorative: nel fine settimana, alla sera, di notte...secondo la turnificazione da voi adottata.
Quanto a tutti gli altri strumenti, l'utilizzo di nessuno di essi richiede il blocco dei macchinari.

8.2 - Non riesco a capire perchè dovrei commissionare un audit energetico ad un consulente, se poi, nella maggior parte dei casi, dovrò comunque rivolgermi ad una ESCo per l'esecuzione degli interventi di efficientamento energetico. Non sarebbe meglio richiedere l'audit direttamente alla ESCo prescelta?
Generalmente no: l'audit energetico svolto dalla ESCo prescelta, normalmente fornito a titolo gratuito, non garantirebbe alcuna imparzialità.
Mi spiego meglio, con uno dei tanti esempi che potrebbero essere fatti: la procedura di audit prevede che vengano indicate le priorità di esecuzione fra le varie strategie di efficientamento individuate. Secondo lei la
ESCo avrà interesse ad indicarle una priorità massima per quelle strategie che per lei hanno un miglior rapporto costi-benefici oppure tenderà ad indicare come favorite le strategie più convenienti per la ESCo stessa?
La stesura dell'audit energetico da parte di un consulente appositamente incaricato è sì una spesa aggiuntiva (egli, a differenza della
ESCo di cui sopra, chiederà un onorario per il suo svolgimento), ma costituisce anche un modo molto efficace per stabilire una sorta di "protocollo preliminare", in base al quale selezionare poi la ESCo che maggiormente fa al caso vostro.

8.3 - Mi stavo chiedendo perchè dovrei incaricare un consulente esterno per la redazione di un audit energetico per la mia azienda. In rete ho infatti visto che esistono alcuni software professionali che mi permetterebbero di svolgere in autonomia l'audit...
Premetto che in alcuni casi, previsti dal D.Lgs. 102/2014, l'audit energetico deve essere svolto da EGE, EA o ESCo certificati.
Se lei ricade in uno di questi casi, allora la questione non si pone: non può svolgere in autonomia l'audit, a meno che la sua azienda non disponga di un
EGE o di un EA certificato interno oppure che la sua azienda non sia certificata come ESCo.
Se non ricade in questi casi, allora ritengo la sua domanda molto ragionevole ed interessante: la ringrazio per averla fatta!
Conosco i software da lei citati e ritengo che il migliore di essi sia "The Energy Audit", sia per la sua flessibilità, sia per la sua potenza di calcolo. Inoltre può interfacciarsi facilmente con la strumentazione installata per il monitoraggio continuo delle variabili energetiche, nonchè produrre una documentazione di livello molto buono.
Detto questo, però, bisogna osservare che l'utilizzo di questi software non è per nulla immediato nè semplice e richiede in ogni caso non poca esperienza per essere svolto al meglio.
L'ideale sarebbe istruire uno dei propri dipendenti (oppure lei stesso, se ne ha il tempo) innanzitutto a tutti i concetti teorici che stanno dietro ad un audit energetico e poi, nello specifico, all'utilizzo del software prescelto.
Nulla in contrario a tale strategia, anzi! Però chiudo questa mia risposta con una domanda "provocatoria", sulla cui risposta la invito a riflettere con molta attenzione: secondo lei costa di meno l'onorario per un audit energetico (magari anche solo di tipo basilare, ossia walk-through) oppure l'acquisto di un software completo e l'addestramento (suo o di un suo dipendente) al suo utilizzo?

8.4 - Perché fra la strumentazione necessaria all’Energy Auditor e/o quella a disposizione del tecnico che effettua diagnosi energetiche non sono indicati gli analizzatori di combustione?
Questi dispositivi di misura servono a determinare in primo luogo la quantità e la qualità dei gas residui derivanti dalla combustione che avviene, ad esempio, all’interno di generatori di calore residenziali (caldaie, ecc.), fornaci industriali, ecc. In secondo luogo consentono, mediante il cosiddetto "metodo indiretto", di calcolare l’effettiva efficienza del processo di combustione.
In molti Paesi esteri (ad esempio, negli USA) l’analizzatore di combustione è uno strumento imprescindibile per l’Energy Auditor. In Italia, però, qualsiasi generatore di calore deve per Legge essere sottoposto a controlli e verifiche periodiche, atte proprio a verificare i gas residui e l’efficienza di combustione.
Per questo motivo l’Energy Auditor italiano non è normalmente dotato di un analizzatore di combustione, ma si affida invece agli esiti delle verifiche periodiche. Ciò non toglie che potrebbe comunque disporne.

8.5 - Sono un architetto libero professionista incaricato di redigere delle diagnosi energetiche relative a fabbricati civili (alloggi privati o di Edilizia Residenziale Pubbblica, uffici comunali). Per tali immobili è prevista la realizzazione di interventi di riqualificazione energetica (coibentazione involucro, sostituzione infissi, rifacimento impianti climatizzazione > 100 kw ecc.) per i quali verranno richiesti incentivi sulla base del Conto Termico. Avrei pensato di utilizzare l'applicativo SEAS3, recentemente predisposto dall'ENEA. Mi chiedo però se per redigere tali diagnosi energetiche siano sufficiente una buona conoscenza della materia ed essere un professionista iscritto all'Albo o sia invece necessario aver frequentato un apposito corso per EGE o addirittura essere certificati presso enti accreditati.
L’utilizzo dell’applicativo SEAS3, elaborato dall'ENEA ed al momento nella sua versione 3.0, è ad oggi certamente un modo valido di procedere, essendo questo orientato proprio alla diagnosi energetica.
La diagnosi energetica dei sistemi edificio-impianti è differente da quella prevista dal D.Lgs. 102/2014, per la quale, a partire dal 19 Luglio 2016, è prevista la redazione esclusivamente da parte di tecnici certificati come Esperti in gestione dell’Energia (EGE) o da ESCo: in questo secondo caso essa riguarda infatti l’edificio, gli impianti HVAC, i processi produttivi ed i trasporti.
La diagnosi energetica richiesta dal c.d. Conto Termico (D.M. 28 Dicembre 2012), invece, può essere eseguita anche soltanto da un “tecnico abilitato”, la cui definizione è chiaramente riportata nelle “Regole applicative del D. M. 28 Dicembre 2012”, predisposte dall’ENEA: «Soggetto abilitato alla progettazione di edifici ed impianti nell’ambito delle competenze ad esso attribuite dalla legislazione vigente ed iscritto agli specifici ordini e collegi professionali». Evidentemente ciò non toglie che se un tecnico è certificato come EGE, allora non possa eseguire tali diagnosi: l’essenziale è che sia iscritto ad un ordine o collegio professionale.
È comunque da notare che il Conto Termico, in tutti i casi dove esiste la prescrizione, impone sia la diagnosi energetica ante-operam che la certificazione energetica post-operam; quest’ultima segue le regole nazionali oppure, per le Regioni che hanno legiferato in merito (Lombardia, Liguria, Piemonte, ecc.), la Normativa regionale. Se, ad esempio, si opera in Regione Lombardia, va da sé che l’APE post-operam deve essere redatto da un certificatore energetico accreditato dal CENED. Sottolineo, peraltro, che non vige alcuna regola secondo la quale il soggetto che redige la diagnosi energetica non possa poi redigere anche l’APE, fermi restando i casi di incompatibilità previsti da tutte le normative (nazionali e regionali) per il certificatore energetico.
Da ultimo faccio osservare che il software SEAS3, gratuito e liberamente utilizzabile, NON è impiegabile per la redazione di APE coerenti con la Normativa nazionale, come dichiarato dagli stessi responsabili dell’ENEA. Al momento, quindi, le redazioni di tali APE possono essere fatte esclusivamente con software commerciali, non gratuiti, conformi alle nuove versioni delle parti 1 e 2 della Norma UNI/TS 11300. L’ENEA ha però annunciato l’uscita, entro la fine di Aprile 2015, di una nuova versione di DOCET, software gratuito utilizzabile per la certificazione energetica nazionale.

8.6 -
Vorrei richiedere un audit energetico per la mia azienda. Può predispormi un’offerta dettagliata? Di quali dati ha bisogno?
Per predisporre un’offerta tecnico-economica sensata ho bisogno di chiederle alcune informazioni. Potrebbe darsi che lei non disponga ancora di tutti i dati richiesti: in tal caso le chiedo la gentilezza di fornirmi quanto di sua conoscenza, tenendo però presente che con più risposte riuscirà a darmi con più potrò essere preciso nel formulare l’offerta e nell’applicare una scontistica sensata e ragionevole.
La prima cosa da capire è se l’impresa in questione è soggetta o meno all’obbligo di redazione di diagnosi energetica previsto dal D.Lgs. 102/2014, ossia se, con riferimento alla Normativa vigente, essa è definibile come "impresa a forte consumo di energia" e/o "grande impresa". Per fare questa valutazione necessito delle seguenti informazioni, tutte relative all’anno scorso:

  • Ammontare di energia primaria, espressa in kWh, complessivamente consumata con riferimento a tutti i vettori energetici utilizzati per l’espletamento delle attività aziendali (ad esempio: energia elettrica, gas metano, GPL, biocombustibili, carburanti per trazione, ecc.)

  • Quantitativi di energia, espressa in kWh, autoconsumata e derivante da impianti a fonte rinnovabile (o equiparata) a servizio dell’azienda (esempio: fotovoltaico, solare termico, eolico, cogeneratore, ecc.); anche questi kWh sono infatti da conteggiare...

  • Rapporto fra il costo effettivo totale dell’energia primaria utilizzata per lo svolgimento dell’attività ed il valore del fatturato

  • Numero di personale occupato (management compreso)

  • Fatturato

  • Totale di bilancio

I dati richiesti si riferiscono alla somma di quelli inerenti ciascuno dei siti produttivi di proprietà dell’impresa ("impresa multisito"). Se questa valutazione è già stata fatta, le chiedo la gentilezza di comunicarmi in quale delle due categorie ricade l’impresa ("impresa a forte consumo di energia" e/o "grande impresa").
Ulteriori informazioni necessarie per fornire l’offerta richiesta sono le seguenti (ciascuna riferita ad ognuno dei siti produttivi nel caso di impresa multisito):

  • Dislocazione territoriale (è sufficiente la città, non serve per ora l’indirizzo completo)

  • Numero di addetti/operatori attualmente impiegati, suddivisi in categorie (tecnici, operai, dirigenti, ecc.)

  • Superficie produttiva occupata e volume complessivo

  • Si dispone di una certificazione energetica degli edifici?

  • È presente un "energy manager" nominato ai sensi della L. 10/1991? La nomina è stata volontaria o è seguita all’obbligo derivante dalla stessa L. 10/1991?
  • Si dispone di un tecnico di riferimento (eventualmente l’energy manager di cui al punto precedente) che può collaborare, per le ore necessarie (e che verranno stimate nell’offerta) con l’energy auditor nella fase di reperimento dei dati in sito ed in quella preventiva del reperimento della documentazione necessaria?
  • L’azienda e/o uno o più dei siti produttivi è certificata ISO 50001, ISO 14001, ISO 16001, EMAS?
  • Sono presenti impianti a fonte rinnovabile (solare termico, fotovoltaico, pompe di calore, cogenerazione e/o trigenerazione, generatori a biomassa, ecc.)?
  • Reparti in cui è suddivisa l’azienda (esempio: uffici, zona vendite, sale di rappresentanza, reparti produttivi,…)
  • Breve descrizione delle principali linee di prodotti commercializzati
  • Breve descrizione dei principali processi produttivi presenti (tipologia, ad esempio: laminazione, tornitura, saldatura, trattamenti galvanici, ecc.; consistenza, ad esempio: 1 laminatoio, 5 torni, 2 saldatori, 1 linea di galvanica, ecc.)

Con riferimento agli ultimi tre punti, le metto a disposizione questo documento di esempio, fornitomi da un’azienda cliente che mi ha affidato l’incarico professionale per la stesura della diagnosi energetica conforme al D.Lgs. 102/2014 per la propria azienda.
Colgo l’occasione per segnalarle che dispongo della certificazione come Esperto in Gestione dell’Energia ai sensi della Norma UNI CEI 11339:2009, con numero di certificato ICIM-EGE-008740-00.

8.7 - Vorrei capire se la mia azienda è soggetta all’obbligo di audit energetico previsto dal D.Lgs. 102/2014. So che sarebbe soggetta a tale obbligo se rientrasse nella categoria di "Grande impresa" o di "Impresa energivora". Chi può dirmi in quale categoria rientra la mia impresa e se essa è dunque soggetta ad obbligo? Concretamente, quali dati servono?
Le definizioni sono indicate nelle Normative di riferimento e da esse possiamo facilmente ricavare i dati che concretamente servono per risolvere il dilemma.
La linee guida del MiSE del 20 Maggio 2015 riportano: «La grande impresa è l’impresa che occupa almeno 250 persone, indipendentemente dall’entità degli altri due criteri, ovvero l’impresa che, ancorché occupi un numero minore a 250 persone, presenti un fatturato annuo superiore a 50 milioni di euro e un totale di bilancio annuo superiore a 43 milioni di euro». Per questa valutazione servono dunque i seguenti dati, riferiti all’anno precedente il momento della valutazione:

  • Il fatturato annuo

  • Il totale di bilancio annuo

  • Il numero di dipendenti

Le linee guida del MiSE del 20 Maggio 2015 riportano inoltre: «Le imprese a forte consumo di energia (o energivore) soggette all’obbligo di diagnosi energetica, ai sensi dell’articolo 8, comma 3 del D.Lgs. 102/2014, sono le imprese iscritte nell’elenco annuale istituito presso la Cassa Conguaglio per il settore elettrico ai sensi del decreto interministeriale 5 aprile 2013». L’art. 2 di quest’ultimo Decreto recita: «Sono imprese a forte consumo di energia le imprese per le quali si sono verificate entrambe le seguenti condizioni: abbiano utilizzato, per lo svolgimento della propria attività, almeno 2,4 GWh di energia elettrica oppure almeno 2,4 GWh di energia diversa dall’elettrica e il rapporto tra il costo effettivo del quantitativo complessivo dell’energia utilizzata per lo svolgimento della propria attività e il valore del fatturato non sia risultato inferiore al 3%». Per questa valutazione servono dunque i seguenti dati, riferiti all’anno precedente il momento della valutazione:

  • Quantitativo complessivo di energia, espresso in kWh, consumata attraverso i differenti vettori energetici (energia elettrica, gas metano, carburanti per trasporto e trazione, ecc.)

  • Quantitativi di energia, espressa in kWh, autoconsumata e derivante da impianti a fonte rinnovabile (o equiparata) a servizio dell’azienda (esempio: fotovoltaico, solare termico, eolico, cogeneratore, ecc.); anche questi kWh sono infatti da conteggiare…

  • Fatturato annuo

  • Costo complessivo di tutta l’energia primaria consumata

Se poi vuole avere un'offerta tecnico-economica dettagliata per la redazione dell'audit energetico, la rimando alla precedente FAQ 8.6 per i dettagli del caso.

8.8 - Buongiorno, sono un Energy Broker e seguo alcune grandi aziende per la scelta dei fornitori di energia e la definizione dei relativi contratti di fornitura. Una società mia cliente, che risulta "Grande impresa" e dunque soggetta ad audit energetico periodico secondo il D.Lgs. 102/2014, è proprietaria anche di altre piccole aziende, molto probabilmente PMI. In questo caso anche le altre società collegate sono soggette all’obbligo di audit? La mia interpretazione del D. Lgs. 102/2014 è che se una sola è grande impresa, allora sono tutte obbligate. Cambierebbe qualcosa se la società "madre" fosse "Energivora" anziché "Grande impresa"?.
Per rispondere alle sue domande possiamo riferirci contemporaneamente allo stesso D.Lgs. 102/2014 ed alle linee guida del MiSE, pubblicate in data 20 Maggio 2015. Schematicamente:

  • Imprese associate: calcolano effettivi, fatturato e bilancio sommando ai propri quelli dell’impresa associata in quota proporzionale alla percentuale che ne detengono o per cui sono detenute

  • Imprese collegate: calcolano effettivi, fatturato e bilancio sommando ai propri quelli dell’impresa collegata

Pertanto qualunque impresa collegata ad una "Grande impresa" è automaticamente essa stessa "Grande impresa" e quindi deve eseguire l’audit ex D.Lgs. 102/2014.
Ricordo peraltro che, ai sensi della Raccomandazione 2003/361/CE (recepita in Italia con il Decreto del Ministro delle attività produttive 18 aprile 2005), tutte le imprese che non sono qualificabili PMI come da definizione data con la Normativa appena citata sono da considerarsi Grandi Imprese e dunque soggette all’obbligo di audit ex D.L.gs. 102/2014.
Questa sorta di "estensione dell’obbligo di audit" non vale invece se la società "madre" è "Impresa a forte consumo di energia" (cioè "energivora").

8.9 -
La mia azienda è una "grande impresa" e, come tale, risulta soggetta all’obbligo di audit energetico ex D.Lgs. 102/2014. A Marzo 2015 abbiamo acquisito, con partecipazione al 100%, una società di trasporti su gomma, il cui parco automezzi è attualmente da noi utilizzato per consegnare i nostri prodotti finiti. Inoltre a Giugno 2015 abbiamo realizzato l’allacciamento del nostro impianto di cogenerazione alla rete di teleriscaldamento comunale ed il punto di allacciamento è entro la distanza di 1 km dalla sede della mia azienda. Nell'audit energetico che consegneremo entro il 5 Dicembre 2015 verranno compresi anche la nuova società di trasporti e l’allacciamento alla rete di teleriscaldamento?
Come indicato nei chiarimenti del MiSE del 20 Maggio 2015, un’azienda effettua la diagnosi sulla base dei consumi dell’anno n-1 per i siti di proprietà nell’anno n. Se l’azienda non possiede i dati di un certo sito per l’anno n-1 perché in quel periodo il sito non esisteva o era di proprietà di un’altra azienda non associata o controllata, allora l’azienda non è tenuta alla diagnosi di tale sito. Inoltre tale sito non contribuisce al calcolo dei consumi totali dell’azienda.
Dalla diagnosi energetica del 2015 verrà dunque esclusa la società di trasporti recentemente acquisita. La stessa conclusione vale per l’allacciamento alla rete di teleriscaldamento.

8.10 - Con riferimento al D.Lgs. 102/2014, vorrei sapere se esso impone solo l'obbligo dell'audit energetico oppure obbliga le aziende anche all'eventuale realizzazione delle opere in esso indicate ed eventualmente in quali tempi. Il Decreto prevede inoltre l'obbligo per le ESCo di finanziare questi interventi?

Come recentemente chiarito dall’ENEA, l’obbligo di realizzazione degli interventi di efficientamento energetico occorre soltanto per la categoria delle imprese a forte consumo di energia (le c.d. "imprese energivore"), non per le grandi imprese. Tale obbligo, secondo il disposto dell'art. 8, c. 3, del D.Lgs. 102/ 2014 non prevede dei tempi specifici (gli interventi devono essere attuati entro tempi "ragionevoli"); inoltre non è oggetto di sanzioni specifiche in caso di inottemperanza.
Per quanto riguarda la domanda inerente le ESCo, non vige alcun obbligo di finanziamento diretto (anche se questo risulta certamente possibile). La ESCo può infatti proporre forme alternative di finanziamento (ad esempio il c.d. "finanziamento tramite terzi"), di contratto (ad esempio EPC) oppure altre forme meno usuali nel contesto imprenditoriale (ad esempio progetti con logica di "project financing"). Certamente una delle possibilità che si hanno per distinguere un’ottima ESCo da una ESCo mediocre è la capacità della stessa di proporre al cliente e successivamente gestire anche questo aspetto.
Mi permetto di richiamare la sua attenzione su un fatto importante e che spesso passa purtroppo in secondo piano: una diagnosi energetica, che derivi o meno da obblighi ex D.Lgs. 102/2014, dovrebbe essere sempre redatta da un soggetto di terza parte (dunque imparziale). Se l’audit è predisposto da una ESCo tale imparzialità verrebbe molto probabilmente a mancare: la ESCo tenderà infatti a proporre interventi di efficientamento energetico ottimizzati dal proprio punto di vista economico-finanziario invece che dal punto di vista tecnico-energetico del cliente. La cosa migliore sarebbe quindi affidare la stesura della diagnosi energetica ad un professionista (se certificato come EGE ai sensi della Norma UNI CEI 11339 meglio ancora), con il quale stabilire poi le priorità di attuazione degli interventi di efficientamento energetico, eventualmente da affidare ad una ESCo (che, in questo caso, costituisce certamente una delle scelte migliori), preferibilmente certificata ai sensi della Norma UNI CEI 11352.

8.11 - Sono stato contattato da un'azienda multisito che è classificabile come "grande impresa" e risulta dunque soggetta all’obbligo di diagnosi energetica ai sensi del D.Lgs. 102/2014. Si tratta di un’azienda che non ha alcun capannone di proprietà, ma soltanto in affitto. Secondo lei l’onere della diagnosi spetta all’azienda o al proprietario dello stabile?
La questione da lei sollevata ha già creato non pochi dubbi negli operatori del settore, non essendo trattata da alcuno dei documenti normativi e/o integrativi al momento pubblicati. Si deve perciò fare affidamento sulle interpretazioni nromative fornite dagli esperti legali che operano nel campo dell’energia. Ad esempio, recentemente lo studio Hogan Lovells ha pubblicato un report con molti pareri legali a proposito del D.Lgs. 102/2014 e delle questioni ad esso correlate; le riporto integralmente lo stralcio del paragrafo che la interessa:
«Soggetti obbligati - proprietario o conduttore?
Le Linee Guida nulla specificano in relazione ad un altro punto importante che il D.Lgs. 102/ 2014 non chiarisce in termini espliciti, i.e. se —in caso di siti in locazione- l'obbligo di diagnosi si applichi al proprietario o al conduttore.
Malgrado l'assenza di indicazioni esplicite in tal senso, deve ritenersi che l'obbligo riguardi i consumatori di energia, quindi —in caso di immobili in locazione- i conduttori, se e in quanto parti acquirenti in un contratto di fornitura di energia. Simile interpretazione sembra ricavarsi sia dal tenore generale del Dlvo 102/ 2014, sia dal richiamo in via di interpretazione analogica a quanto previsto in relazione a previsioni affini (es. Ia nota esplicativa alla Circolare 18.12.2014 sull'obbligo di nomina dell'energy manager). Un riferimento in tal senso è contenuto anche nella definizione di sito produttivo data dalle Linee Guida, laddove si specifica che per sito produttivo si intende una località geograficamente definita "entro la quale l'uso dell'energia è sotto il controllo dell'impresa".
Trattasi in ogni caso di punto tutt'altro che scontato, sol che si consideri che in altre giurisdizioni (es. Regno Unito) la questione ha rappresentato oggetto di previsioni specifiche in sede di recepimento della Direttiva 2012/ 27 (cfr. ad es. Ia cd. "unconsumed supply rule" prevista dall'Energy Saving Opportunities Scheme Regulations "ESOS" emanato nel Regno Unito nel 2014, che consente al proprietario intestatario del consumi energetici di non calcolare i consumi del conduttore ai fini della verifica sulla sottoposizione ad audit, fatta salva la possibilità di pattuire espressamente accordi diversi)».

8.12 - È corretto affermare che il D.Lgs. 102/2014 richiede che una diagnosi energetica conforme debba contenere un’analisi di LCCA per ciascuno degli interventi di efficientamento energetico proposti?
L’allegato 2 al D.Lgs. 102/2014 recita testualmente: «[…] ove possibile, si basano sull'analisi del costo del ciclo di vita, invece che su semplici periodi di ammortamento, in modo da tener conto dei risparmi a lungo termine, dei valori residuali degli investimenti a lungo termine e dei tassi di sconto». Con questa frase il Normatore ha inteso fare estrema chiarezza: una diagnosi energetica conforme  deve contenere, per ciascun intervento, non solo la semplice analisi costi-benefici, ma anche quella di Life Cycle Cost Assessment. Purtroppo nella stessa frase compare anche quel «ove possibile» che ha dato – e tuttora da – adito a molteplici interpretazioni da parte di diversi soggetti (neppure l’ENEA ha di fatto mai fatto chiarezza su questo punto). Il suggerimento che posso dare è quello di comprendere sempre un’analisi di LCCA per ogni intervento: a mio giudizio si tratta del modo più efficace (assieme alla tradizionale analisi costi-benefici) per comunicare in modo opportuno agli imprenditori i risultati di una diagnosi energetica, avvalendosi di fatto di un "linguaggio" ad essi ben noto.

Sezione FAQ 9: riqualificazioni energetiche

9.1 - Nella sezione delle riqualificazioni energetiche ho letto che la corretta progettazione degli aggetti è fondamentale per garantire le corrette prestazioni energetiche dell'edificio. Cosa sono esattamente gli aggetti?
Si tratta di costruzioni esterne all'edificio. Vengono distinti in aggetti orizzontali (ad esempio: balconi, verande, coperture, ecc.) ed aggetti vertivali (ad esempio: muretti, pilastri, ecc.).
Essi vanno distinti dalle ostruzioni, ossia da ostacoli sufficientemente "lontani" dall'edificio da non poter essere considerati aggetti (ad esempio: altri edifici, alberi d'alto fusto, ecc.).

9.2 - Vorrei installare un cappotto alla mia abitazione. Che spessore mi consiglia?
In realtà non è possibile rispondere alla domanda senza effettuare un sopralluogo presso l'abitazione. La scelta del cappotto - sia del corretto spessore che del materiale - dipende da molti fattori.
Dopo il sopralluogo sarà possibile effettuare alcuni calcoli e stabilire il corretto spessore ed il miglior materiale. Il primo dovrà almeno rispettare le imposizioni Normative minime, il secondo dovrà contribuire a garantire il corretto comfort termoigrometrico e dovrà evitare fenomeni di condensa interstiziale.

9.3 - Ho fatto installare dei nuovi serramenti (abito una casa costruita nel 1973). Dopo l'installazione non riesco più ad usare bene il camino che ho in sala da pranzo: sembra quasi che il fuoco tende a "morire". Come mai?
Purtroppo casi del genere non sono infrequenti; altro esempio tipico è la formazione di condensa sui vetri, che prima dell'installazione dei nuovi serramenti non si verificava.
L'installazione di serramenti ad alte prestazioni energetiche presso un'abitazione "datata" riduce notevolmente le perdite per ventilazione, che prima dell'installazione erano causate principalmente dai vecchi serramenti.
Così facendo si ha un notevole risparmio energetico, ma bisogna tener presente che non possono più essere garantiti i corretti ricambi d'aria, necessari per l'instaurarsi di un corretto comfort abitativo. La soluzione potrebbe essere quella di dotare l'abitazione di un impianto di VMC oppure di installare una o più bocchette di ventilazione, in aggiunta a quelle già esistenti.

9.4 - Ho installato una caldaia a condensazione, sperando di risparmiare notevolmente sulla bolletta del gas metano. Ora, a poco più di un anno dall'installazione, mi sono accorto che in realtà la bolletta...è addirittura aumentata. Com'è possibile? La mia casa è riscaldata con dei termosifoni in ghisa.
Purtroppo si tratta di un errore più frequente di quanto si possa immaginare. Una caldaia a condensazione funziona correttamente (cioè, appunto,...condensa) quando la temperatura del fluido termovettore di ritorno del circuito di riscaldamento degli ambienti non supera i 50-52 °C, tenendo presente che sarebbe comunque ottimo non superare il limite dei 45 °C, condizione alla quale corrisponde (circa) il rendimento massimo teorico dichiarato dal costruttore della caldaia.
I radiatori in ghisa sono invece progettati per temperature del fluido termovettore superiori ai 70-75 °C; in tali condizioni, la caldaia non condensa affatto, anzi: si comporta addirittura peggio di una buona caldaia ad alto rendimento (quest'ultima sarebbe la soluzione ottimale per efficientare un impianto di riscaldamento con radiatori in ghisa).
Se la caldaia a condensazione è comunque già stata installata, l'unica soluzione per ovviare (ma non del tutto) al problema è installare una valvola termostatica su ogni radiatore e regolare la temperatura in modo che sia la più bassa possibile. Si tratta di una soluzione ancora non ottimale dal punto di vista energetico, ma che permette comunque di sfruttare la caldaia a condensazione ormai già installata (e, ahimè, pagata).
Discorso differente varrebbe invece con radiatori in alluminio od anche in acciaio: essi presentano un'inerzia termica sensibilmente inferiore a quelli in ghisa e possono dunque essere fatti funzionare ad una temperatura che si attesti sui 50 °C.

9.5 - Dopo aver acquistato una villetta indipendente, devo ristrutturarla ma non ho più molta liquidità. Anzichè effettuare un (seppur utile) costoso cappotto esterno, avevo pensato ad una sorta di intercapedine (abbassamento di volta) sul soffitto, che è alto 3 m. Creando un canale di circa 20/30 cm (areato o da riempire con isolante) otterrei qualche risultato oppure è inutile?
L’idea di ridurre l’altezza netta media dei locali può essere una valida riqualificazione energetica. L’inserimento di un opportuno isolante è certamente da preferirsi all’intercapedine d’aria: in questo modo le perdite per trasmissione del calore verrebbero ridotte non poco.

Per valutare quale intervento attuare (cappotto o “abbassamento di volta”?) sarebbe però opportuna una diagnosi energetica, anche soltanto preliminare e di massima, con la quale studiare attentamente l’attuale bilancio energetico della sua villetta (baseline) e come questo cambierebbe con ciascuna delle due soluzioni. Inoltre la diagnosi consentirebbe anche un’analisi costi-benefici per i due casi di riqualificazione e fornirebbe così un elemento aggiuntivo che le consentirebbe di effettuare una scelta conveniente (sia per lei, sia per la sua villetta).
In ogni caso, le ricordo che volendo procedere con l' "abbassamento di volta", dovrà rispettare uno dei requisiti previsti dal D.M. 5 Luglio 1975 per l'abitabilità dei locali, ossia mantenere un'altezza minima di 2,70 m.

9.6 - Il mio condominio sta rifacendo una facciata interna del nostro edificio, costruito nel 1932. L'impresa che sta provevdendo alla ristrutturazione, dopo aver tolto l’intonaco, ci ha proposto di mettere un cappotto esterno. Ha senso mettere un cappotto esterno per una facciata sola, o, addirittura, solo per alcuni rappezzi? Un cappotto dovrebbe costare parecchio. Il dubbio è se ne valga la pena. Ci stiamo infatti dicendo: <<O si mette il cappotto per bene sui due lati, o sono tutti soldi buttati!>>. Il risparmio (se esiste) per un intervento parziale può dare un ritorno apprezzabile in termini di risparmio energetico? Che ne pensa
Mettere alcuni “rappezzi cappottati” non ha alcun senso: sarebbe come cercare di tappare alcuni buchi di uno scolapasta (lasciandone aperti la maggior parte) e sperare che l’acqua non esca. Tradotto: la spesa per i rappezzi non darebbe praticamente quasi alcun beneficio (energetico ed economico), dunque sarebbe del tutto inutile.
Per quanto riguarda, invece, mettere il
cappotto ad una sola facciata, la questione può essere differente. Se la facciata in questione confina con l’ambiente esterno, l’operazione può aver senso. Se confina con ambienti interni non riscaldati (ad esempio: androne delle scale), potrebbe ancora aver senso, anche se sarebbe da valutare con più attenzione. Se confina con un ambiente interno riscaldato (tipicamente un’altra unità abitativa), allora non avrebbe molto senso, cioè “la spesa non varrebbe l’impresa” (a meno che non entrino in gioco altre considerazioni, come ad esempio l’isolamento acustico).
Infine: mettere il
cappotto ad una sola facciata verso l’esterno, lasciando l’altra allo stato attuale, in genere consente un risparmio non sufficiente per recuperare in pochi anni l’investimento fatto. Tenendo conto che il cappotto “chiavi in mano” può costare circa 55 €/mq, il tempo di rientro dell’investimento potrebbe essere di 30 o più anni (anche se tutto dipende da molti fattori, fra i quali il principale è la metratura della facciata). Il risparmio si attesterebbe attorno al 20% dell’energia attualmente necessaria; il tempo di rientro è stimato non considerando alcun incentivo (ma, nel migliore dei casi, con le attuali detrazioni fiscali si abbasserebbe a circa 20-22 anni).

9.7 - Sono un architetto libero professionista e, fra le altre attiità, mi occupo di pratiche per le detrazioni fiscali per il risparmio energetico. Attualmente mi trovo nel "Regime dei contribuenti minimi 2012", ma l'anno prossimo passerò, per vari motivi, al regime IVA ordinario. Potrebbe spiegarmi, magari con un semplice esempio, come viene calcolata la detrazione fiscale complessiva sul mio onorario dal punto di vista dei miei clienti, nel caso di cliente privato e nel caso di cliente aziendale?
Le rispondo proprio con un semplice esempio, basato su un onorario di 1.000,00 Euro. Per completezza, le indico il calcolo sia con il c.d. "Regime dei minimi 2012", sia con quello ordinario.

Azienda, fattura emessa in regime IVA ordinario

Onorario 1.000,00 €
Contributo integrativo 4% Inarcassa su 1.000,00 40,00 €
IVA 22% su 1.040,00 228,80 €
Ritenuta d'acconto IRPEF 20% su 1.000,00 -200,00 €
Totale da corrispondere 1.068,80 €
Totale della detrazione fiscale: 65% di 1.240,00 € = 806,00 €
(1.240,00 € = onorario + Inarcassa + ritenuta d’acconto)

Privato, fattura emessa in regime IVA ordinario
Onorario 1.000,00 €
Contributo integrativo 4% Inarcassa su 1.000,00 40,00 €
IVA 22% su 1.040,00 228,80 €
Totale da corrispondere 1.268,80 €
Totale della detrazione fiscale: 65% di 1.268,80 € = 824,72 €

Azienda, fattura emessa in regime dei minimi
Onorario 1.000,00 €
Contributo integrativo 4% Inarcassa su 1.000,00 40,00 €
Totale da corrispondere 1.040,00 €
Totale della detrazione fiscale: 65% di 1.040,00 € = 676,00 €

Privato, fattura emessa in regime dei minimi
Onorario 1.000,00 €
Contributo integrativo 4% Inarcassa su 1.000,00 40,00 €
Totale da corrispondere 1.040,00 €
Totale della detrazione fiscale: 65% di 1.040,00 € = 676,00 €

Naturalmente gli stessi calcoli valgono per altri tipi di detrazione fiscale (ad esempio quelle sulle ristrutturazioni edili). Da prestare attenzione al fatto che in alcuni casi è prevista un'aliquota IVA agevolata. Per ulteriori dettagli, la rimando alle apposite guide predisposte dall'Agenzia delle Entrate, che puoi scaricare gratuitamente qui.

9.8 -
Devo redigere una pratica per richiedere un incentivo CONTO TERMICO per lavori di coibentazione di una copertura (intervento categoria 1A). Il D.M. 28/12/12 stabilisce che ogni tipologia di superficie opaca (nel mio caso la copertura) a seguito di lavori di coibentazione debba avere una trasmittanza uguale o inferiore ai valori limite indicati nella tabella 1 dell'allegato I.
Non mi è chiaro se debba essere presa come riferimento la trasmittanza di una "porzione tipo" (generica) o la trasmittanza media, ponderata con i ponti termici non corretti (come previsto dal D.P.R. 59/2009 per le verifiche in materia di risparmio energetico).
Considerato che il D.M. 28/12/2012 prevede che i ponti termici debbano essere analizzati durante la redazione della diagnosi energetica e che qualora non sia possibile correggerli il tecnico deve indicane le relative motivazioni, senza però prescrivere l'adozione di interventi compensativi sul resto della struttura o il calcolo di un valore medio ponderato, ritengo che la verifica del il rispetto dei valori limite previsti dal DM debba essere condotta sulla trasmittanza di una "sezione tipo".
Vorrei un suo parere, grazie.

Le "Regole applicative del D. M. 28 Dicembre 2012", pubblicate a cura del GSE, prescrivono i seguenti due punti, che cito testualmente:

  • «Per gli interventi di isolamento delle superfici opache nella diagnosi energetica è richiesta un’analisi dei ponti termici dell’edificio e la correzione degli stessi in fase di progettazione e realizzazione dell’intervento, ove possibile; qualora la correzione dei ponti termici non sia tecnicamente possibile, il tecnico che redige la diagnosi deve fornire adeguata motivazione»

  • «Per gli interventi di isolamento delle superfici opache il tecnico abilitato deve asseverare di aver effettuato un’analisi dei ponti termici in fase di diagnosi energetica e di averli eventualmente corretti in fase di progettazione e realizzazione, ove possibile»

Quindi, innanzitutto dobbiamo notare come il tecnico debba sempre e comunque svolgere il calcolo dettagliato dei ponti termici e della loro incidenza sul valore della trasmittanza, dichiarando nella relazione di progetto come essi debbano essere corretti. Se la correzione non risulta possibile, il tecnico deve assumersi la responsabilità di dichiararlo e di spiegarne le motivazioni.
Quanto alla verifica dei valori limite, ferme restando le disposizioni normative, anche il buon senso suggerisce di riferirsi alla trasmittanza "ponderata" in base alle superfici disperdenti (proprio come previsto dal D.P.R. 59/2009 e s.m.i.), con la quale tener anche debitamente conto dell’incidenza dei ponti termici (corretti o meno che siano). Questo non richiede sforzi aggiuntivi da parte del tecnico: poiché egli ha già fatto il calcolo dei ponti termici (quindi delle relative trasmittanze lineiche), potrà facilmente calcolare la trasmittanza ponderata come suggerito dalle varie Norme tecniche di settore.
Ritengo sia utile ricordarsi che «L’ottimo è nemico del bene», soprattutto se si tratta "semplicemente" di compilare la documentazione per la richiesta di incentivi. Ma ritengo nel contempo essenziale ricordarsi le motivazioni che stanno alla base degli interventi che si intendono realizzare: far risparmiare energia e denaro al cliente e fare del bene all’ambiente.
Ed il cliente è contento se il lavoro è fatto bene e con buon senso, anche se per questo deve spendere qualche soldo in più…a patto che poi gli incentivi riesca ad ottenerli. Naturalmente!

9.9 nel mio condominio continuiamo a rimandare lavori di riqualificazione dell'edificio finalizzati a risolvere problemi di umidità e di scarsa coibentazione dell'involucro (il condominio è del 1992/3). Il motivo del rinvio è naturalmente di tipo economico in quanto i lavori che si prospettano risulterebbero estremamente onerosi (non abbiamo ancora effettuato un audit energetico ma sembra che il cappotto termico possa rappresentare la soluzione ai nostri problemi). Vorrei sapere se anche i condomini possono ricorrere a formule di finanziamento che prevedano, per chi li eroga, di ripagarsi attraverso i risparmi che saranno generati dai lavori di riqualificazione (ESCO, FTT, etc.). E' una formula che viene normalmente utilizzata o le ESCO sono poco propense a finanziare lavori dei condomini? Sarebbe naturalmente uno stimolo ad affrontare seriamente il tema a partire da un audit da parte di un professionista abilitato. La ringrazio anticipatamente per il suo gentile riscontro.

Formalmente i lavori di riqualificazione di un condominio possono essere effettuati avvalendosi del FFT, gestito da una ESCo, un istituto di credito o da una società finanziaria. Altra soluzione è quella dei contratti EPC, anch’essi gestiti dai medesimi soggetti. Il principio è sempre il medesimo: il condomino effettua i lavori affidandoli ad un unico soggetto e poi, in mancanza di liquidità immediata, restituisce il prestito ricevuto (capitale ed interessi) tutto o in parte mediante i risparmi conseguiti, che debbono essere opportunamente monitorati. Il monitoraggio può anche entrare in differenti logiche di gestione contrattuale (risparmio condiviso, ecc.).
Di fatto, le ESCo sono sempre molto restie a mettersi in gioco nell’ambito condominiale: dal loro punto di vista gli investimenti risultano infatti ben poco remunerativi se confrontati, ad esempio, con quelli che possono intraprendere in ambito industriale o con la P.A.
Quanto agli istituti di credito dipende dalle strategie da essi scelte per porsi sul mercato: differenti banche propongono differenti prodotti finanziari. Inoltre, in questo caso, è da tener presente che la banca si occupa della sola parte finanziaria (la banca non è una ESCo) e quindi è compito del condominio affidarsi a progettisti ed installatori seri ed esperti. La banca, giustamente, nella maggior parte dei casi vuole però avere un certo controllo del proprio investimento e quindi pretenderà di verificare la bontà del progetto e normalmente erogherà il finanziamento con una logica di "stato avanzamento lavori".
Un’ottima soluzione intermedia, che presenta i "pregi" delle due precedenti e ne limita il più possibile i "difetti", è rappresentata dalla società finanziaria. In questo caso essa lavora in partnership con importanti istituiti di credito (quindi risulta molto solida dal punto di vista del finanziamento e del mantenimento dell’affluenza delle liquidità durante l’esecuzione dei lavori) e con progettisti, consulenti tecnici e ditte installatrici (quindi è garantito non solo che i lavori verranno effettivamente eseguiti, ma anche che lo saranno nel modo corretto e maggiormente efficiente e vantaggioso per il cliente, ossia, nel vostro caso, il condominio).
I prodotti finanziari proposti da tali società prevedono di finanziare lavori di manutenzione straordinaria, ristrutturazione e/o riqualificazione energetica. La restituzione del prestito avviene ratealmente, con rate mensili o trimestrali e con tempi di restituzione che normalmente arrivano fino a 60 mesi (ossia 5 anni, del tutto compatibili con i tempi di rientro degli investimenti di riqualificazione energetica di un condominio). Da specificare che le società finanziarie più affidabili richiedono la sola restituzione della quota capitale, demandando la restituzione della quota interessi ad una logica di "risparmio semi-condiviso": in altri termini, il condominio paga delle rate calcolate sulla sola quota capitale e la quota interessi viene restituita grazie ai risparmi conseguiti in bolletta (di cui la società gode fino al termine del contratto, concluso il quale ne godrà il condominio).  Le società finanziarie più serie ed affidabili non chiedono garanzie fidejussorie né ipotecarie, ma in cambio (giustamente…) chiedono di poter monitorare l’andamento dei consumi energetici a seguito dei lavori eseguiti.
L’affidamento ad una società finanziaria rimane dunque, a mio avviso, la soluzione più percorribile, attuabile ed interessante in una situazione come la vostra. Tenga anche presente che il condominio è un soggetto che può fruire delle detrazioni fiscali (attualmente al 65%) per le riqualificazioni energetiche.
Aggiungo, in conclusione, che a prescindere dalla scelta effettuata (ESCo, banca o società finanziaria) è bene che il condominio faccia effettuare una diagnosi energetica da parte di un soggetto terzo, in modo che la stessa risulti del tutto indipendente. Far effettuare la diagnosi al soggetto che finanzierà il progetto di riqualificazione comporta infatti sempre un rischio inequivocabile, ossia il fatto che il soggetto stesso proponga l’effettuazione di lavori a vantaggio (finanziario) proprio e non a vantaggio (energetico ed economico) del cliente. In altri termini, spendere qualcosina ora per una diagnosi energetica (effettuata possibilmente da un EGE certificato o da un altro soggetto con analoghe competenze) è un’operazione che si ripaga molto velocemente, dato che in tal modo si evita di intraprendere progetti di riqualificazione dai dubbi rientri, riscontri e vantaggi per il condominio. Aggiungo che il professionista incaricato saprà anche consigliare per la/le scelta/e migliore/i dal punto di vista del soggetto finanziatore.

Sezione FAQ 10: varie

10.1 - Una curiosità: qual è la pronuncia corretta di "energy audit"? Si pronuncia "odit" all'inglese oppure "audit", come si scrive? Partecipando a riunioni con imprenditori ed a convegni tecnici, le ho sentite utilizzate entrambe. Inoltre "audit" è di genere femminile o maschile?
Fornisco una risposta suffragata dall'Istituzione più autorevole in Italia per questioni di questo tipo, ossia l'Accademia della Crusca. Riporto anche il link alla pagina dove viene trattata la questione.
Sintetizzando (e rimandando al
link di cui sopra per approfondimenti), la pronuncia corretta è AUDIT, essendo la parola derivata dal latino AUDĪRE (ascoltare, udire).
Un po' come accaduto per altre parole di recente adozione nella lingua italiana, come ad esempio "mass media", ci troviamo in Italia nella situazione assurda per la quale noi adottiamo frequentemente la pronuncia anglosassone (ODIT e MIDIA), mentre gli inglesi, che evidentemente stanno molto più attenti di noi a questi aspetti, utilizzano la pronuncia latina (AUDIT e MEDIA, appunto). Ho avuto modo di verificarlo discutendo con non pochi madrelingua, durante alcuni convegni scientifici all'estero.
Quanto al genere, esso è indubbiamente femminile: la traduzione in italiano è "audizione", anche se le nostre Norme utilizzano "diagnosi" (creando così confusione fra gli audit industriali e quelli degli edifici...). Quindi si dovrebbe dire e scrivere "Le audit energetiche" e non "gli audit energetici" e così via, anche se è ormai diventato di uso comune declinare "audit" al maschile.
A proposito: nelle innumerevoli pagine di questo sito non credo di aver mai utilizzato la declinazione femminile, pur essendo conscio che è l'unica corretta. Vi posso assicurare che l'ho fatto solo per abitudine!
Mi scuso dunque con tutti i navigatori...anche se, a mia parziale discolpa, posso assicurare che dico sempre "audit" e mai "odit"...

10.2 - Ho un contatore elettronico dell'ENEL installato presso la mia abitazione. Potrebbe chiarirmi che significato ha la spietta rossa che a volte è spenta, altre volte si accende fissa ed altre volte ancora lampeggia di continuo?
Le spie sono in realtà due. La spia superiore indica il consumo (o il transito, nel caso del contatore bidirezionale) di energia attiva, che si misura in kWh ed in base alla quale vengono quantificati e fatturati i consumi. La spia in basso indica invece l’energia reattiva, che si misura in VAr ma che nell'ambito domestico non implica alcun costo (difatti nelle bollette dell'ENEL non la trova indicata, al contrario di quanto accade per le imprese).
Quando una delle due spie lampeggia significa che c’è energia in transito (quindi produzione o consumo); ad ogni lampeggio corrisponde 1 Wh di energia attiva (spia in alto) o 1 VAr di energia reattiva (spia in basso).
Se entrambe le spie sono spente non c’è alcun transito di energia, né attiva né reattiva.
Quando una (o entrambe) delle due spie rimangono accese in modo fisso significa che da almeno 20 minuti non c’è alcun transito di energia.
Le segnalo anche che molti sistemi di monitoraggio dell'energia elettrica funzionano proprio grazie agli "impulsi" forniti da queste due spie.

 
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