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Energia per la casa > Comfort abitativo
Comfort luminoso

Nelle pagine dedicate all’illuminazione efficiente introduciamo alcuni importanti concetti relativi alla corretta gestione energetica degli impianti di illuminazione, specie di quelli domestici.

Questo è però soltanto uno dei due aspetti legati al comfort luminoso di un’abitazione. Con questo si intende l’insistenza della corretta illuminazione naturale ed artificiale in un ambiente abitativo, che garantisca gli occupanti da patologie legate alla non corretta visione degli oggetti e delle persone presenti nell’ambiente stesso.

Il corretto comfort luminoso può essere ottenuto soltanto con una progettazione integrata dell’illuminazione naturale ed artificiale. Questo perché la sola luce naturale non risulterebbe sufficiente a garantire il comfort desiderato, essendo essa molto variabile in quanto dipendente da molti fattori, quasi tutti non controllabili dall’uomo: condizioni meteo, ora del giorno, periodo dell’anno, orientamento dell’edificio, collocazione geografica, presenza di ostruzioni esterne, presenza di aggetti (balconi, patii, verande, ecc.).
Da non scordare, inoltre, un fatto ovvio: durante le ore serali e notturne…l’illuminazione naturale è praticamente quasi del tutto assente.

Definizioni

Definiamo la temperatura colore, il flusso luminoso, l’illuminamento e la potenza elettrica (relativa ad un apparecchio illuminante) nelle pagine sopra citate.

Mancano però le definizioni dell’intensità luminosa e della luminanza, che ci servono per approfondire gli aspetti riguardanti il comfort luminoso; diamo quindi ora tali definizioni.

Per intensità luminosa emessa da una sorgente si intende il rapporto fra il flusso luminoso emesso dalla stessa in una data direzione e l’angolo solido unitario. La sua unità di misura è la candela, simbolo [cd].

La luminanza è il rapporto fra l’intensità luminosa emessa da una sorgente verso una superficie perpendicolare alla direzione del flusso luminoso e l'area della superficie stessa. Si misura in [cd/mq] (leggasi: "candele al metro quadro").

L'illuminazione naturale

Come abbiamo anticipato, l’illuminazione naturale di un’abitazione non è sufficiente, da sola, a garantirne il corretto comfort luminoso. Fra i fattori che abbiamo citato, gli unici controllabili dal progettista per migliorare l’apporto naturale di luce sono, di fatto, l’orientamento dell’edificio e la presenza o meno di aggetti esterni. In subordine possiamo considerare anche la disposizione interna dei locali e l’utilizzo di particolari tecniche costruttive, come ad esempio i "tubi di luce" (si tratta di particolari dispositivi in grado di convogliare la luce naturale dall’esterno all’interno dell’edificio).

Ciononostante, la corretta illuminazione naturale contribuisce, in sinergia con quella artificiale, al comfort luminoso. Anzi: spesso, in fase progettuale, si procede iniziando con l’analisi degli apporti di luce naturale per poi dimensionare correttamente gli impianti luminosi artificiali, con anche un implicito vantaggio dal punto di vista dell’efficienza energetica (con più è altro l’apporto di luce naturale, con più risulterà inferiore quello di luce artificiale e la spesa energetica ed economica ad essa dovute).

L’illuminamento naturale dei locali di un’abitazione presenta più di una componente rispetto all’unica che si potrebbe in prima battuta immaginare, ossia quella dovuta all’irraggiamento solare. In effetti, se non fosse presente l’atmosfera terrestre, tutto l’illuminamento prodotto dal Sole, detto "illuminamento extraterrestre", giungerebbe sulla Terra; in realtà avvengono alcuni fenomeni, che ora analizzeremo in modo sommario, i quali fanno sì che l’illuminamento che giunge all’interno di un’abitazione risulti sempre inferiore ai valori extraterrestri, ossia ai valori che si potrebbero misurare al di fuori dell’atmosfera terrestre.

I raggi solari vengono innanzitutto riflessi dalle parti alte dell’atmosfera. La parte rifratta di tali raggi (cioè la quota che "passa indenne" attraverso la parte alta dell’atmosfera) prende il nome di "illuminamento diretto". Una parte di questo può giungere presso l’edificio, mentre un’altra parte viene ulteriormente riflessa dalle eventuali nubi presenti; quest’ultima componente "torna" verso gli strati alti dell’atmosfera.

La quota di raggi solari diretti che viene rifratta dalle nubi prende il nome di "illuminamento diffuso". Questo, assieme all’illuminamento diretto, giunge sia nei locali dell’abitazione, sia sulla superficie terrestre sulla quale l’edificio è costruito. La quota parte che giunge su tale superficie viene riflessa dal suolo e dagli ostacoli che circondano l’edificio, dando luogo al cosiddetto "illuminamento riflesso", il quale dipende dalla natura (materiali costituenti, ecc.) del suolo e degli ostacoli. La figura seguente rappresenta schematicamente le varie componenti dell’illuminamento che abbiamo fin qui descritto:



L’illuminamento complessivo che raggiunge l’edificio è quindi dato dalla somma di quello diretto, diffuso e riflesso. Se ora consideriamo un punto qualsiasi all’interno dei locali, ci chiediamo quanto di questo illuminamento giungerà effettivamente in tale punto e con quali modalità. Schematicamente, l’illuminamento totale penetrerà nell’edificio attraverso gli elementi finestrati; una parte giungerà direttamente nel punto considerato mentre una seconda quota vi giungerà dopo aver subito una o più riflessioni da parte degli elementi architettonici dell’edificio (pareti, soffitti, pavimenti, arredamento, oggetti, ecc.).

È a questo punto facile intuire che il calcolo dell’illuminamento che effettivamente giunge in un determinato punto di un locale non è affatto semplice né immediato. Per semplificare tali calcoli, la Normativa italiana fa riferimento al fattore di luce diurna. Esso è calcolato come il rapporto tra l’illuminamento E in un punto posto su una superficie orizzontale all’interno dell’ambiente analizzato e l'illuminamento E0 che si ha, nelle identiche condizioni di tempo e di luogo, su una superficie orizzontale esterna esposta in modo da ricevere luce dall'intera volta celeste. Da notare che entrambi gli illuminamenti (E ed E0) sono da valutare in condizioni di cielo coperto, dunque in assenza di illuminamento diretto. In formula scriviamo dunque:



dove abbiamo espresso il fattore di luce diurna in percentuale, cosa di uso molto comune. Tale fattore dipende da molti aspetti, fra cui i principali sono:

  • Area delle aperture finestrate

  • Coefficiente di trasmissione dell’energia luminosa dei vetri montati sui serramenti

  • Area dei diversi elementi che costituiscono l’involucro dell’edificio (pareti, pavimenti, soffitti, arredi, complementi d’arredo, ecc.)

  • Coefficienti di riflessione dell’energia luminosa dei diversi elementi presenti all’interno dei locali (riferiti alla tinteggiatura delle pareti, al materiale dei pavimenti, a quelli degli arredamenti, ecc.)

  • Presenza di aggetti esterni ed ostruzioni

  • Stato di manutenzione delle superfici dell’involucro, specialmente quelle vetrate


Rispetto all’elenco (che abbiamo fatto in precedenza) delle variabili da cui dipende l’illuminamento,  notiamo qui l’assenza dell’istante temporale considerato e della posizione geografica dell’abitazione. Questo dipende dal fatto che F è un rapporto fra due illuminamenti rilevati nello stesso istante e nello stesso luogo; tale aspetto costituisce una notevole semplificazione rispetto al calcolo ed alla verifica dei singoli illuminamenti.

Il valore di F varia da punto a punto all’interno del locale; per tale motivo si introduce il fattore medio di luce diurna Fmld, inteso come la media dei fattori F calcolati o misurati per ciascun punto dello spazio rappresentativo di ogni locale.

La Normativa italiana risulta ad oggi purtroppo un po’ "datata". Il documento fondamentale per il settore della progettazione degli edifici civili è infatti ancora il  DM 5 Luglio 1975, "Modificazioni alle istruzioni ministeriali del 20/6/1896 relative altezza minima dei locali ed ai requisiti igienico sanitari principali dei locali di abitazione".
All’art. 5 tale Decreto riporta: "Tutti i locali degli alloggi, eccettuati quelli destinati a servizi igienici, disimpegni, corridoi, vani-scala e ripostigli debbono fruire di illuminazione naturale diretta, adeguata alla destinazione d’uso. Per ciascun locale d’abitazione, l’ampiezza della finestra deve essere proporzionata in modo da assicurare un valore di fattore luce diurna medio non inferiore al 2%, e comunque la superficie finestrata apribile non dovrà essere inferiore a 1/8 della superficie del pavimento".

Fin troppo spesso tale articolo ha avuto un’errata interpretazione; complice l’oggettiva difficoltà della verifica del fattore medio di luce diurna: la maggior parte delle volte, infatti, i progettisti ed i collaudatori degli edifici residenziali verificano soltanto la "regola dell’ottavo" (rileggere l’ultima parte dell’art. 5), ma non il limite minimo del 2% del Fmld. Di fatto, essendo il Decreto citato ancora in vigore, la verifica del Fmld dovrebbe risultare imprescindibile così come la verifica contemporanea del rapporto fra la superficie finestrata e quella del pavimento.

Ma c’è di più: la verifica contemporanea di entrambe le condizioni garantisce, di fatto, che l’apporto di luce naturale all’abitazione sia corretto dal punto di vista del comfort luminoso. Non solo un vincolo normativo, dunque; bensì anche un modo per effettuare una delle due parti di verifica del comfort luminoso (l’altra riguarda l’illuminazione artificiale, di cui tratteremo nel seguito).

Lo schema di valutazione che viene normalmente seguito per le abitazioni nel valutare la bontà o meno dell’illuminazione naturale nei confronti del comfort luminoso è quello riportato nella tabella qui sotto, non contenuta in alcuna Norma, ma di prassi comune; abbiamo anche affiancato una colonna che indica se con i valori ottenuti per il Fmld il limite imposto dal DM 5 Luglio 1975 risulta o meno verificato:




Solitamente si evita di procedere ad una misura del Fmld; essa sarebbe teoricamente possibile, ma praticamente risulta eccessivamente influenzata da parametri non controllabili e quindi difficilmente replicabile in condizioni standard di riferimento. Ciononostante, è possibile comunque eseguire una misura orientativa del Fmld adottando alcune accortezze operative.

Per la misura sono necessari due "luxmetri", strumenti di cui tratteremo nel seguito e che consentono la misura dell’illuminamento. Sottolineiamo che i due strumenti debbono essere utilizzati contemporaneamente in quanto la definizione del fattore di luce diurna prevede che E ed E0 siano rilevati nello stesso istante.

La misura di E0 deve essere fatta all’esterno, in assenza di irraggiamento solare diretto (la condizione ideale è quella delle giornate nuvolose ma senza pioggia), su un piano orizzontale ma libero da ostruzioni ed aggetti. Le misure di E vanno effettuate all’interno dell’abitazione, con le finestre chiuse ma senza schermature (ad esempio, è necessario alzare gli avvolgibili, aprire le persiane, ecc.) e con completa assenza di luce artificiale.

Si procede con varie misure, in punti distribuiti uniformemente nell’ambiente, a distanza di almeno 1 m dalle finestre, a circa 50 cm dalle pareti e ad un’altezza costante di 80 cm dal pavimento (i valori indicati sono validi solo per le abitazioni). Per ciascun punto si rileva un valore di E e, mediante il luxmetro posto all’esterno, il contemporaneo valore di E0. Facendo il loro rapporto si ricava il corrispondente valore di F. Il valore del Fmld si ottiene infine come la media dei singoli valori ottenuti per F.

Da notare che non esiste una Norma che aiuti a stabilire il numero minimo di punti del locale per i quali occorre effettuare la misura. Una buona indicazione può essere però quella fornita dalla Norma UNI 10380 (condizione sulla quale torneremo nel seguito) per i punti di verifica dell’illuminamento artificiale.

Volendo evitare la misura del Fmld, si procede con il calcolo analitico di tale parametro. Questo può essere fatto appoggiandosi ad uno dei metodi previsti dalla Normativa di settore o elaborati da laboratori e centri di ricerca, come ad esempio:


In alternativa al calcolo analitico manuale, adatto solo se l’edificio non presenta geometrie eccessivamente complicate, è possibile utilizzare uno dei numerosi software illuminotecnici presenti in commercio, fra cui ne citiamo due completamente gratuiti e molto diffusi:


Fatto ciò, la valutazione del contributo fornito dall’illuminazione naturale al comfort luminoso può dirsi conclusa. Non resta che proseguire con l’analisi del contributo fornito dalla luce artificiale.

L'illuminazione artificiale

Come abbiamo già accennato, l’illuminazione naturale non basta, da sola, alla corretta illuminazione di un’abitazione. Per integrare quest’ultima durante il giorno e per sostituirla completamente durante le ore serali e notturne è necessario l’impiego dei sistemi di illuminazione artificiale.

La Normativa di riferimento in questo campo è attualmente costituita, per il contesto residenziale, dalla Norma UNI 10380. In realtà, tale Norma sarebbe stata sostituita ed aggiornata dalle Norme UNI EN 12464 parti 1 e 2 (pubblicate, rispettivamente, nel 2011 e nel 2014), le quali riguardano però, nello specifico, l’illuminazione dei posti di lavoro.
Quindi, attualmente, per il contesto residenziale ci si riferisce ancora alla Norma UNI 10380, pubblicata nel 1994 ma che ha avuto un importantissimo aggiornamento nel 1999.

Secondo tale Norma, il progetto di un impianto di illuminazione artificiale (detto anche "progetto illuminotecnico") ben fatto deve essere affrontato in modo da ottimizzare:


La Norma rende alcuni prospetti nei quali sono indicate le caratteristiche tecniche minime alle quali debbono soddisfare gli impianti di illuminazione artificiale. Riportiamo qui sotto quello relativo alle abitazioni, che nelle presenti pagine è l’unico contesto di nostro interesse:




Facciamo notare come questa tabella sia più completa ed estesa rispetto a quella che presentiamo nelle pagine dedicate all’illuminazione efficiente. Ciò è dovuto al fatto che quest’ultima è riferita in generale a contesti differenti fra loro (residenziali, del terziario, industriali, ecc.), mentre quella qui sopra riguarda molto nelle specifico le abitazioni.

A seconda del tipo di locale o di attività la Norma prescrive dei valori minimi, medi e massimi per l’illuminamento, inteso come "valore di esercizio". La Norma definisce l’illuminamento medio di esercizio come "il valore di illuminamento medio sul piano di lavoro riferito allo stato medio di invecchiamento ed insudiciamento dell’impianto di illuminazione". Tradotto in pratica: se si esegue una verifica su un impianto esistente da qualche tempo allora i valori di illuminamento misurati sono direttamente confrontabili con quelli della tabella; per un impianto nuovo, al contrario, bisognerà tener conto di opportuni coefficienti correttivi, indicati dalla Norma stessa. Medesimo discorso vale, naturalmente, nel caso non si stiano eseguendo delle verifiche in opera ma progettuali.

In particolare, l’illuminamento medio misurato deve essere moltiplicato per il fattore di manutenzione M ed il fattore di deprezzamento D, scelti dalla seguente tabella, anch’essa riportata nella Norma:



Una seconda prescrizione è data dalla tonalità del colore della luce emessa dalle lampade utilizzate. La Norma considera luce bianco calda (sigla W), bianco-neutra (sigla I) e bianco-fredda (sigla C); la distinzione è fatta avvalendosi della temperatura colore (vedere al proposito quanto riportiamo in questa sezione). Notiamo che per le abitazioni la Norma prescrive tonalità bianco-calda in tutti i casi, dunque una temperatura colore compresa indicativamente fra i 3000 ed i 3500 K.

Una terza prescrizione riguarda il "gruppo di resa del colore", indicato con il simbolo Ra’: la Norma non prescrive direttamente la resa del colore, ma introduce dei gruppi di valori secondo la seguente tabella:




Da notare che per le abitazioni è prescritto in tutti i casi un gruppo di resa del colore di tipo 1A, dunque nei contesti residenziali dovrebbero essere utilizzati esclusivamente corpi illuminanti caratterizzati da un indice di resa del colore superiore a 90.

Un’ultima prescrizione riguarda la classe di qualità per la limitazione dell’abbagliamento G. Essa viene descritta dettagliatamente nell’appendice A della Norma e per le abitazioni viene prescritta in tutti i casi la classe A.
Per quanto riguarda le verifiche di comfort luminoso, esse sono essenzialmente quelle previste dalla stessa Norma 10380. Con riferimento in particolare all’illuminamento, la procedura è la seguente:

  • Si stabilizzano le lampade, ossia è necessario accenderle e lasciarle accese per un periodo di tempo che varia in funzione del tipo di lampada

  • Si scherma la luce naturale oppure si eseguono i rilievi nelle ore notturne, di modo da escludere del tutto il contributo naturale all’illuminazione dei locali

  • I rilievi vengono effettuati mediante un "luxmetro", strumento di cui tratteremo nel seguito e che consente la misura dell’illuminamento, posto ad un’altezza di 85 cm dal pavimento (ad eccezione dei locali di passaggio, dove deve essere posto a 20 cm, sempre dal pavimento)

  • Si stabilisce il numero minimo di punti necessari per il calcolo dell’illuminamento medio secondo la tabella che riportiamo qui sotto (contenuta nella Norma)

  • Si effettuano le verifiche di rispondenza ai valori di illuminamento prescritti (quelli della tabella che abbiamo riportato in precedenza)

  • Si effettuano altri tipi di verifica, di cui facciamo cenno più sotto


Ecco la tabella che prescrive il numero minimo di punti di misura:




Come si vede, la determinazione del numero minimo di punti di misura dipende dall’indice del locale k, che la Norma indica di calcolare con la seguente formula:




dove a e b sono le lunghezze dei locali in metri ed h è l’altezza del locale, misurata dal piano di lavoro ed espressa anch’essa in metri.

Stabilito n, le misure vengono condotte secondo il seguente schema, che rappresenta un generico locale in pianta, assieme ai punti di misura ed alle condizioni da rispettare:




Il valore dell’illuminamento medio viene calcolato, una volta eseguite tutte le misure necessarie, in base ad una serie di formule che la Norma riporta a seconda del tipo di impianto illuminotecnico. Per le abitazioni tutto ciò si riduce in genere a calcolare l’illuminamento medio come la media degli n valori di illuminamento misurati.

Le verifiche da effettuare oltre a quelle di corrispondenza con i valori di illuminamento prescritti sono le seguenti:

  • Il rapporto fra l’illuminamento minimo e quello medio sulla superficie di ogni compito visivo non deve essere inferiore a 0,8

  • Il rapporto fra l’illuminamento minimo e quello massimo in una superficie del locale che racchiude aree con identico compito visivo non deve essere inferiore a 0,5

  • È consigliabile che per ciascun locale il rapporto fra il valor medio e massimo dell’illuminamento non sia inferiore a 0,5

  • Al fine di evitare situazioni di disagio provocate da eccessive differenze di luminanza nel caso di due locali adiacenti e comunicanti, il rapporto fra l’illuminamento medio del locale più illuminato e quello del locale meno illuminato non deve essere maggiore di 5


Inoltre è anche importante che la disposizione delle lampade garantisca, di per sé, la corretta uniformità dell’illuminamento. Per le abitazioni è possibile impiegare, nell’ambito delle verifica del comfort luminoso, una serie di regole pratiche che, se seguite correttamente, permettono tale uniformità. In sostanza, è sufficiente verificare che le lampade siano state installate secondo i seguenti schemi:




Per quanto riguarda la verifica dell’abbagliamento (diretto e riflesso), la Norma UNI 10380 prescrive la misura delle luminanze mediante un "luminanzometro" ed il confronto con le curve di riferimento, riportate dalla Norma stessa in base alla classe di qualità per la limitazione dell’abbagliamento (G). Nel caso del comfort luminoso la questione si può semplificare in quanto risulta sufficiente verificare le seguenti prescrizioni di massima (prese "a prestito" dalla Norma stessa):

  • Realizzazione di ambienti di forma parallelepipeda o cubica

  • Fattori di riflessione delle superfici dell’ambiente fra 0,7 e 0,8 per il soffitto, fra 0,4 e 0,6 per le pareti e fra 0,1 e 0,2 per il pavimento

  • Apparecchi di illuminazione installati con una configurazione regolare, con l’asse di simmetria dell’impianto parallelo alle pareti

  • Le superfici sulle quali possono riflettersi le immagini dovrebbero di preferenza essere realizzate con finiture opache


Se poi il consulente energetico dispone di un luminanzometro (strumento di cui tratteremo fra breve) ed intende comunque eseguire le verifiche…beh: per un’abitazione si tratta di un eccesso di scrupolo (ma male non fa…).
Per quanto riguarda i fattori di riflessione che abbiamo citato nel precedente elenco, è possibile riferirsi ai seguenti valori tipici:



La strumentazione

La strumentazione di base per la verifica del comfort luminoso è piuttosto limitata. Di fatto, è sufficiente disporre delle planimetrie e delle piante dell’abitazione e di uno strumento per la verifica dell’illuminamento. Naturalmente, se la planimetria e/o le piante non sono disponibili, il consulente energetico deve provvedere autonomamente al rilievo architettonico dell’edificio.

Lo strumento per la misura dell’illuminamento è il "luxmetro". Ne esistono di differenti tipologie, ma tutte sono afferenti a due grandi categorie, ossia quelli analogici e quelli digitali. I secondi si dimostrano in genere molto più affidabili dei primi e vengono quindi preferiti.

La Norma UNI 10380 prescrive che le verifiche di illuminamento vengano eseguite con luxmetri aventi un limite massimo di incertezza del 10%, corrispondente alla classe B. Ecco, per completezza, la tabella delle classi di precisione previste dalla Norma, nella quale indichiamo anche le classi dei luminazometri, strumenti di cui trattiamo più sotto:



Un luxmetro è composto da un elemento sensibile alla luce (normalmente una cella fotovoltaica) e da un display sul quale si legge direttamente il valore dell’illuminamento espresso in lux. La taratura dello strumento è semplicissima e può essere eseguita in autonomia, oscurando completamente l’elemento sensibile ed impostando così a zero il valore letto. Ecco qui sotto un esempio di luxmetro per uso professionale:




La misura della luminanza avviene invece mediante un "luminanzometro". Anche in questo caso si preferisce l’utilizzo di strumenti digitali, di cui riportiamo qui sotto un esempio:




Per valutare l’indice di resa cromatica (Ra) di una sorgente luminosa non esiste un vero e proprio strumento dedicato. Si ricorre piuttosto al metodo elaborato dalla CIE (Commission Internationale de l'Éclairage, ossia Commissione Internazionale per l'Illuminazione). Esso consiste nel misurare come il colore di un certo numero di piastrine campione varia passando dalla sorgente in prova a una di riferimento, detta "sorgente campione".

Inizialmente era stata scelta una scala standard di 8 colori campione; si è successivamente passati ad una scala di 14 colori, che qui riportiamo:




I primi otto colori  (da R1 ad  R8, coincidenti con quelli della prima scala storicamente adottata) sono detti "insaturi" e vengono utilizzati per determinare l’indice Ra. I restanti sei colori (da R9 ad R14) sono detti "saturi" e vengono impiegati per determinare alcune informazioni aggiuntive sulle proprietà di resa cromatica della sorgente luminosa allo studio.

Volendo misurare direttamente l’indice Ra, in commercio si trovano dispositivi che effettuano tale operazione, ma in concomitanza con altri tipi di misure. Il dispositivo che riportiamo qui sotto misura ad esempio l’indice Ra, la temperatura colore, l’illuminamento e verifica lo spettro della luce emessa da una sorgente luminosa:



Si tratta però di strumenti così sofisticati e costosi che non vengono generalmente impiegati per le verifiche di comfort luminoso nelle abitazioni. Il loro utilizzo è invece piuttosto diffuso nell’ambito delle verifiche delle prescrizioni Normative nei settori terziario, scolastico ed industriale.

Effetti del discomfort luminoso sulla salute

Iniziamo con l’elencare i principali fattori che condizionano il comfort visivo. Essi sono:

  • La luminanza, della quale abbiamo già trattato

  • Il contrasto di luminanza (in genere chiamato semplicemente "contrasto"), calcolato come il rapporto percentuale fra la luminanza dell’oggetto da visualizzare e quella del suo sfondo
  • L’acuità visiva, ossia la capacità dell’occhio di percepire i dettagli di un oggetto. Migliora all’aumentare della luminanza e del suo contrasto ed anche all’aumentare dell’illuminamento (ma, in quest’ultimo caso, con una relazione non lineare, detta "legge di Fechner)
  • Il tempo di visione, ossia il tempo che occorre per "vedere correttamente" un oggetto (da ricordare che non esiste in natura la "visione istantanea": le immagini catturate dall’occhio impiegano un certo tempo per giungere al cervello ed essere elaborate)
  • La direzionalità della luce: una luce troppo concentrata e con un’unica direzione prevalente (tipo quella fornita dai faretti a spot) può causare ombre dure e nette sull’oggetto e renderne così difficoltosa la visione
  • La resa cromatica ed il relativo indice, dei quali abbiamo già trattato in queste pagine ed in quelle relative all’illuminazione efficiente
  • Il tipo di attività svolta: a ciascuna attività corrispondono, come abbiamo visto, differenti prescrizioni normative (le quali, a loro volta, sono degli ottimi indicatori del comfort luminoso)


Da notare inoltre che anche il colore in sé incide notevolmente sul livello di comfort. Ad ogni colore viene infatti associato un particolare stimolo o effetto psicologico, secondo la tabella seguente:



I principali effetti negativi sulla salute dovuti ad un generalizzato discomfort luminoso in un’abitazione riguardano principalmente l’organo della vista. Esiste anche un quadro clinico di riferimento, detto "astenopia" (o, più comunemente, "sindrome da fatica visiva"), i cui principali sintomi sono di tipo:

  • Visivo: annebbiamento, abbagliamento, scotomi (aree di cecità parziali o complete), diplopia (visione sdoppiata)

  • Oculare: arrossamento, prurito, bruciore, sensazione di corpo estraneo, dolore al bulbo oculare, lacrimazione

  • Riferito: cefalea, vertigini, nausea, vomito

  • Funzionale: stanchezza, tensione generale


Le cause più frequenti di astenopia dovuta al discomfort luminoso sono imputabili all’abbagliamento causato dall’illuminazione eccessiva o per la presenza di riflessi; a ciò segue un affaticamento visivo dovuto alla costrizione delle pupille ed un contemporaneo affaticamento dei muscoli palpebrali in stato di contrattura, a difesa dell’occhio stesso dall’eccesso di luce.

Anche le condizioni di scarsa illuminazione sono causa di astenopia, conseguente allo sforzo fisico e mentale impiegato durante lo svolgimento delle varie attività domestiche; i soggetti, in particolare se presentano difetti visivi, sono in questi casi costretti a un maggiore sforzo accomodativo in quanto, per ottenere una visione più chiara anche dei particolari più piccoli, il muscolo ciliare svolge un intenso lavoro di "accomodazione" e questo continuo lavoro muscolare genera un insieme di sintomi da affaticamento.


Una illuminazione non corretta può inoltre costringere ad assumere posizioni non idonee per l’espletamento delle differenti attività (lettura, ecc.); è quindi possibile, come conseguenza, la comparsa di disturbi muscolo-scheletrici anche notevolmente fastidiosi.

Qualche consiglio

In base a quanto abbiamo fin qui trattato, possiamo fornire una lista di consigli per migliorare il comfort luminoso, da porre in atto assieme a quelli che forniamo per l’illuminazione efficiente nelle pagine ad essa dedicate. Tali consigli sono utili sia per i progettisti degli edifici, sia per gli occupanti delle abitazioni.
Poiché per ciascun ambiente esistono differenti strategie per il miglioramento del comfort luminoso, forniamo i consigli suddivisi proprio per tipologia di ambiente.

Luoghi di passaggio (ingressi, corridoi e scale)
L’ingresso è uno "spazio filtro" fra esterno ed interno; nel passaggio – in una direzione o nell’altra – l’occhio deve avere il tempo di abituarsi alle differenti condizioni di illuminazione. Si consiglia quindi di adottare un’illuminazione diffusa, con livelli di illuminamento medio misurati a 20 cm dal pavimento di almeno 100 lx, come prescritto dalla Norma UNI 10380.

Nei corridoi e nei disimpegni occorre garantire una buona uniformità dell’illuminamento sul piano orizzontale, in modo da consentire una semplice ed immediata distinzione di ostacoli e dislivelli.
Per le scale è praticamente d’obbligo creare un contrasto elevato di luminanza per tutti i gradini (avendo cura che la pedata risulti a luminanza maggiore e l’alzata a luminanza minore); in questo modo i gradini saranno ben distinguibili e ciò aiuta molto nella prevenzione degli infortuni. Per ottenere tale contrasto è consigliabile fare uso di luce diretta anziché soffusa, adottando corpi illuminanti a soffitto oppure, se a parete, disposti ad almeno 2,5 m di altezza

Zone giorno e soggiorni
Si tratta delle zone ove viene trascorsa la maggior parte del tempo e dove vengono svolte molteplici attività, anche significativamente differenti fra di loro.

Meglio dunque affiancare al punto luce centrale una serie di punti luce dedicati a ciascuna attività (ad esempio: un punto luce per cucinare, uno per cucire, ecc.).

Nella zona dedicata alla televisione (e simili) non devono essere presenti contrasti di luminanza troppo elevati; in caso contrario si creerebbe in breve tempo un eccessivo affaticamento della vista. Come indichiamo anche nelle pagine dedicate all’illuminazione efficiente, la soluzione ideale è quella che prevede l’utilizzo una lampada a stelo posta alle spalle dei telespettatori (in questo modo, poiché essa emette una luce diffusa, si evitano anche dannosi riflessi sullo schermo).

Zona pranzo
In questa zona è bene valorizzare notevolmente lo spazio occupato dalla tavola. Ciò consente innanzitutto agli abitanti ed agli eventuali ospiti di vedere bene ciò che si mangia; crea inoltre la giusta "atmosfera casalinga", calda ed accogliente.

Si consigliano dunque soluzioni costituite da lampadari, applique a binari, faretti alogeni o a LED, faretti incassati nel controsoffitto. In tutti i casi la disposizione deve seguire le regole pratiche generali che abbiamo in precedenza introdotto e particolare attenzione deve essere posta ad evitare l’abbagliamento diretto dei commensali.
Occorre comunque garantire la corretta visione sia di quanto è distribuito sul piano orizzontale, sia dei busti e dei volti delle persone presenti.

Zona studio, conversazione e relax
Si predilige in genere un’illuminazione diretta, con un fascio luminoso concentrato sull’area in cui si svolge l’attività.

Una buona soluzione è quella di scegliere corpi illuminanti a luce diretta in grado di fornire un illuminamento medio di almeno 300 lx su un piano orizzontale posto a 75-80 cm da terra (potrebbe ad esempio trattarsi del piano di una scrivania). In questo modo gli occupanti avvertiranno una sensazione di diffusione dell’illuminamento fino a circa 1,80 metri dal suolo, molto gradevole e rilassante.

Cucina
Per l’illuminazione di base è sufficiente un lampadario o una plafoniera che, come da Norma UNI 10380, consenta un illuminamento medio di almeno 300 lx.

Occorre inoltre mantenere livelli di illuminamento più elevati sul piano cottura, sul piano da lavoro e sul lavello; ciò può essere ottenuto con apposite illuminazioni localizzate, ad esempio con l’impiego di faretti a LED o alogeni posti sotto i pensili.

I due tipi di illuminazione debbono essere complementari, cioè esse devono essere progettate in modo da attenuare i contrasti e le ombre (e diminuire così l’affaticamento visivo), specie durante l’esecuzione delle numerose attività che in cucina possono essere considerate "a rischio" (impiego di coltelli, ecc.).

Camere da letto degli adulti
Nonostante l’utilizzo principale sia quello di dormire, in questi spazi sono di fatto possibili molte altre attività: truccarsi, vestirsi, leggere un libro, ecc.

Trattandosi di luoghi di relax e di riposo, l’illuminazione deve essere molto confortevole, così come la scelta del colore di tinteggiatura delle pareti. In base alla tabella che abbiamo esposto in precedenza sono da preferire l’arancione, il verde ed il blu (ma non acceso), tutti in tinte molto tenui (tipo pastello).

Anche l’arredamento, che in questi spazi può costituire la maggior superficie riflettente, deve essere scelto in modo da garantire un’illuminazione confortevole e rilassante. Evitare dunque superfici riflettenti, specchi a vista, colori troppo accesi ed in netto contrasto con la tinteggiatura di pareti e soffitti.

In base alla Norma UNI 10380 l’illuminazione generale deve garantire un illuminamento medio molto basso, di soli 100 lx; quella della zona armadi e del letto di almeno 300 lx.

Quanto ai comodini, l’ideale è predisporre un corpo luminoso il cui fascio sia orientato precisamente verso la zona da illuminare, in modo da non creare disturbo all’altro occupante del letto.

Camere dei ragazzi
L’illuminazione deve risultare adeguata a numerose attività. È inoltre fondamentale, ancor più che negli altri locali, la sicurezza degli apparecchi. Conviene quindi disporre il più possibile i corpi illuminanti in modo che risultino poco o per nulla accessibili.

Per l’illuminazione generale e dei comodini si fa riferimento a quanto consigliato per le camere da letto degli adulti.
Per le scrivanie sono da evitare piani con superfici riflettenti. L’illuminazione localizzata deve avvenire con corpi illuminanti posti a circa 60 cm dal piano e di modo che la luce giunga dalla parte opposta rispetto alla mano che scrive. Allo stesso modo la scrivania dovrebbe di preferenza essere collocata in modo che la luce naturale arrivi, attraverso finestra, dalla parte opposta rispetto alla mano che scrive.

Se è presente un PC, bisogna fare in modo che la tastiera sia ben illuminata ma che non si creino riflessi sul video; è bene dunque impiegare un’illuminazione dedicata di tipo diretto.

Bagni
L’illuminazione deve permettere un’accurata visione degli oggetti, caratterizzata anche da un’elevata resa cromatica (Ra comunque superiore a 90, come da Norma UNI 10380).

L’illuminazione generale viene di preferenza realizzata con plafoniere centrali, dotate di lampade alogene o fluorescenti in modo da distribuire uniformemente i flussi luminosi e l’illuminamento.


L’illuminazione localizzata nei pressi di lavabi e specchi non deve creare riflessi su questi ultimi. Non deve neppure essere abbagliante, quindi è assolutamente da evitare l’illuminazione dal basso verso l’alto (molto di moda negli anni ’80 del XX secolo).

Riassunto delle verifiche

Il comfort luminoso è all’apparenza il più semplice da comprendere, verificare ed ottimizzare. In realtà abbiamo dovuto introdurre numerosi concetti e fare riferimento molte volte alla Normativa per poterlo capire fino in fondo.
È quindi utile riportare uno schema riassuntivo di tutte le prove necessarie per verificare il livello di comfort luminoso in un’abitazione, assieme alla strumentazione da impiegare ed ai "riferimenti", normativi o meno, che forniscono i valori a cui prestare attenzione:



 
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